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n. 6/2005 - © copyright

GIOVANNI VIRGA

I provvedimenti amministrativi collegati *

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SOMMARIO: 1. Atti e provvedimenti collegati ed il principio della tipicità dell’atto amministrativo. - 2. L’esistenza di un collegamento tra i procedimenti e sue refluenze sotto il profilo processuale. - 3. L’emersione del problema del collegamento tra provvedimenti diversi nel campo del diritto sostanziale, con particolare riferimento al rapporto tra concessione edilizia (oggi permesso di costruire) e certificato di agibilità o di abitabilità. - 4. Il collegamento tra concessione edilizia e nulla osta del Genio civile. - 5. Individuazione dei tipi di collegamento (temporale, funzionale e logico) che intercorrono tra provvedimenti distinti.

  

1. Atti e provvedimenti collegati ed il principio della tipicità dell’atto amministrativo.

Uno dei temi più trascurati dalla dottrina amministrativa è quello del rapporto che lega tra di loro i vari provvedimenti amministrativi; di solito, infatti, ci si è preoccupati di esaminare  i rapporti che intercorrono tra atti all’interno dello stesso procedimento, legati spesso da un rapporto di presupposizione e comunque di interdipendenza (esempio tipico - e direi scolastico - è il parere che, per sua natura, non può che precedere la determinazione finale, avendo lo scopo di illuminare l’amministrazione, consentendole di adottare una determinazione quanto più rispondente ai fini pubblici ed alle norme dell’ordinamento).

Dei rapporti tra vari atti all'interno dello stesso procedimento si è occupata la legislazione più recente, prevedendo forme di coordinamento, mediante la predisposizione di strumenti (quali ad es. la conferenza di servizi istruttoria o decisoria) che consentono di valutare contestualmente gli interessi sottesi all’adozione dei vari atti emessi nell’ambito dello stesso procedimento.

Quasi mai, invece - al di fuori (come diremo subito) della materia processuale - si è indagato in termini generali sui rapporti che intercorrono tra i vari provvedimenti.

Le ragioni di tanto disinteresse derivano probabilmente dal fatto che, sino a poco tempo addietro, prevaleva una visione atomistica, piuttosto che funzionale del provvedimento amministrativo, per cui si riteneva che ciascun tipo provvedimento, essendo previsto dall’ordinamento per la cura di determinati interessi pubblici, non può interferire con gli altri.

Secondo tale visione, quindi, il principio della tipicità dei provvedimenti amministrativi [1], in funzione del quale i singoli provvedimenti sono previsti dal nostro ordinamento per il conseguimento di ben determinate finalità, è sembrato un ostacolo insormontabile per affermare che esiste un rapporto non solo tra atti emessi all’interno di uno stesso procedimento, ma anche di provvedimenti emessi in base a procedimenti diversi.

Tuttavia è un dato di comune esperienza che anche tra provvedimenti distinti, previsti in funzione del perseguimento di differenti interessi, possono esistere - al pari dei singoli atti emessi all’interno di uno stesso procedimento - dei problemi di interferenza reciproca, di collegamento ed addirittura di presupposizione.

Del resto, in una amministrazione la cui attività non solo è sempre più procedimentalizzata ma è anche provvedimentalizzata, è inevitabile che possano sussistere dei problemi di interferenza e comunque di coordinamento tra provvedimenti sia pur emessi in funzione del perseguimento di interessi distinti.

Nè la circostanza estrinseca che un determinato provvedimento sia stato emesso a seguito di apposito procedimento può comportare la negazione di un rapporto di interferenza con altro provvedimento emesso per la cura di interesse distinto ma riguardante la stessa materia. 

In altri termini, la semplice circostanza che il legislatore abbia deciso di prevedere l’emanazione di un determinato atto a seguito di autonomo procedimento, piuttosto che all’interno di un procedimento, non può di per sé comportare la negazione della sussistenza, in alcuni casi, di rapporti di collegamento tra diversi provvedimenti, ancorché emanati in base a procedimenti autonomi.

Deve quindi ammettersi che - al pari di quanto è pacificamente riconosciuto per gli atti amministrativi emessi all’interno dello stesso procedimento, i quali spesso sono sottesi alla cura di diversi interessi - possono sussistere dei rapporti di interdipendenza tra provvedimenti, avendo il legislatore (in base a scelte spesso casuali, derivanti spesso da una visione settoriale) previsto per essi dei procedimenti autonomi.

Un problema di coordinamento degli interessi pubblici rilevanti non sussiste infatti, secondo la concezione classica di Giannini [2], solo all’interno di uno stesso procedimento, mediante la comparazione tra interesse pubblico primario e quelli pubblici o privati secondari, ma anche spesso all’esterno del procedimento, tra i vari tipi di provvedimento.

2. L’esistenza di un collegamento tra gli atti ed i provvedimenti e sue refluenze sotto il profilo processuale.

L’esistenza di atti e provvedimenti collegati è peraltro ammessa dalla giurisprudenza amministrativa, che si è principalmente occupata del collegamento in materia di processo amministrativo.

In particolare, in passato - prima dell’entrata in vigore della legge n. 205 del 2000 - il problema del collegamento tra atti o provvedimenti amministrativi si era posto in riferimento alla problematica della impugnabilità del provvedimento collegato sopravvenuto con ricorso per motivi aggiunti piuttosto che con ricorso ordinario.

In giurisprudenza [3] era infatti ricorrente l’affermazione secondo cui i motivi aggiunti sono proponibili, oltre che per dedurre nuovi vizi del provvedimento originario derivante dalla sopravvenuta conoscenza di atti, anche per impugnare nuovi provvedimenti amministrativi successivamente conosciuti, purché “collegati” al provvedimento impugnato originariamente.

Il collegamento al quale si faceva riferimento era un tipo di collegamento “funzionale”, in forza del quale il provvedimento sopravvenuto trova presupposto ed origine nel provvedimento già impugnato.

L’art. 21 della legge T.A.R., novellato dall’art. 1, 1° comma, della L. 205 del 2000, come noto, ormai dispone che “tutti i provvedimenti adottati in pendenza del ricorso tra le stesse parti, connessi all’oggetto del ricorso stesso, sono impugnati mediante proposizione di motivi aggiunti”.

Secondo la nuova disciplina, quindi, il collegamento tra provvedimento impugnato con il ricorso principale e quello poi impugnato con il ricorso per motivi aggiunti non deve essere necessariamente “funzionale”, essendo sufficiente una qualsiasi connessione oggettiva, che è presupposto omai sufficiente (assieme ovviamente all’altro presupposto della identità di parti) per la proposizione del ricorso per motivi aggiunti.

Ma il problema del collegamento tra diversi provvedimenti si è posto non solo nel caso in cui il provvedimento collegato o comunque connesso sia stato emesso a distanza di tempo, ma anche nel caso di provvedimenti emessi coevamente; in quest’ultima ipotesi il problema del collegamento investe la possibilità (e la necessità) o meno di impugnare i due o più provvedimenti collegati o comunque connessi mediante unico ricorso cumulativo, con conseguente eventuale spostamento della competenza territoriale, e la determinazione delle conseguenze applicabili nel caso di annullamento di uno di essi.

In proposito la giurisprudenza [4] ha fatto riferimento alla distinzione tra atto presupposto ed atto conseguenziale, affermando che affinché tra due provvedimenti amministrativi s'instauri il nesso di presupposizione necessaria, occorre che i rispettivi effetti giuridici siano a loro volta collegati, in modo da configurare il provvedimento presupposto quale atto idoneo ad incidere nella fase di formazione e di perfezione dell'efficacia del provvedimento conseguenziale, con un collegamento non già meramente occasionale, bensì genetico, cioè tale da descrivere il primo atto come quello che giustifica e delimita la produzione degli effetti di quello che lo segue.

3. L’emersione del problema del collegamento tra provvedimenti diversi nel campo del diritto sostanziale, con particolare riferimento al rapporto tra concessione edilizia (oggi permesso di costruire) e certificato di agibilità o di abitabilità.

Nel campo del diritto sostanziale,  i maggiori problemi di interferenza ed interdipendenza tra provvedimenti  amministrativi sono emersi nel settore dell’edilizia ed urbanistica e della tutela paesaggistica (esempio tipico riguarda i rapporti tra concessione edilizia - oggi permesso di costruire e nulla osta ambientale ovvero nulla osta previsto per le zone sismiche) e della sanità pubblica.

Particolari problemi sono specialmente sorti in materia di definizione dei rapporti che intercorrono tra concessione edilizia (oggi permesso di costruire), il cui rilascio implica una valutazione strettamente urbanistica ed edilizia e certificato di agibilità (o di agibilità), previsto in funzione della cura degli interessi igienico-sanitari.

In proposito sono emersi tre distinti orientamenti in giurisprudenza:

a) secondo l’orientamento tradizionale [5], che faceva perno sulla predetta visione atomistica del provvedimento amministrativo, non sarebbe possibile negare il rilascio del certificato di abitabilità (o di agibilità) per ragioni urbanistiche od edilizie, che - come tali - esulano completamente dalle norme igienico sanitarie in funzione delle quali è previsto il rilascio di tale certificato; con il corollario che il rilascio del certificato di abitabilità, per le diverse funzioni assolte rispetto al titolo abilitativo edilizio, non incide sul potere di repressione degli abusi edilizi eventualmente commessi nella realizzazione del fabbricato dichiarato abitabile [6];

b) secondo un diverso orientamento [7], per così dire intermedio, fermo restando che i due tipi di provvedimento sono tra di loro distinti, essendo previsti in funzione di diversi interessi, non è possibile rilasciare il certificato di abitabilità se non risulti anche la conformità urbanistico-edilizia dell’opera; tale orientamento fa leva sulla interdipendenza per così dire temporale, ma soprattutto logica che lega i due tipi di provvedimento; a tal fine si è fatto riferimento a criteri empirici, quali l’affermazione secondo cui il proprietario di un immobile non può trarre alcuna utilità dal certificato di abitabilità se esso non è preceduto (e comunque accompagnato) anche dal necessario titolo edilizio;

c) un terzo orientamento, più recente [8], si è addirittura spinto a sostenere che è possibile negare il rilascio del certificato di agibilità adducendo una motivazione che fa riferimento alla violazione delle opere edilizie; secondo quest’ultimo orientamento, pur non disconoscendosi che poteri diversi sono posti a tutela di interessi di diversa natura e che ciascun provvedimento è caratterizzato da una funzione tipica, dovrebbe ammettersi che la stretta connessione tra diversi tipi di provvedimento possa legittimamente indurre ad indicare il medesimo fatto quale presupposto per l'esercizio di poteri diversi. E’ stato pertanto ritenuto che gli apprezzamenti della P.A. che attengono all’ambito del rispetto della disciplina paesaggistica e, di riflesso, di quella edilizio-urbanistica (gli aspetti paesaggistici potendo inibire, in talune condizioni, il rilascio di titoli edificatori) possono essere addotti a supporto (anche esclusivo) di atti di diniego di autorizzazioni di differente natura e, in particolare, di carattere sanitario.

Va subito detto che quest’ultimo orientamento non può essere condiviso, finendo per collidere con il predetto principio della tipicità dei provvedimenti amministrativi: se infatti provvedimenti distinti sono previsti in funzione della valutazione di diversi interessi, l’adozione per un tipo di provvedimento di una motivazione che fa (addirittura in via esclusiva) riferimento a ragioni che riguardano l’altro tipo di provvedimento finirebbe per creare una commistione che l’ordinamento non consente, essendo stati previsti differenti provvedimenti per la cura di distinti interessi.

Non è neppure condivisibile la visione tradizionale che, facendo leva proprio sul principio di tipicità del provvedimenti, finisce per negare i pur rilevanti rapporti di interferenza o comunque di interdipendenza che possono sussistere tra i provvedimenti stessi.

Non è possibile negare che tra concessione edilizia (oggi permesso di costruire) e certificato di agibilità o di abitabilità (oggi certificato di utilizzabilità) sussistono dei rapporti che sono considerati rilevanti dalla legislazione più recente.

In particolare, come è stato notato [9], ai sensi dell’art. 4 del D.P.R. 22 aprile 1994, n. 425 (v. oggi l’art. 24 del  D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 recante  il Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia), la richiesta di certificato di agibilità presuppone necessariamente la “conformità delle opere realizzate al progetto approvato”, dato che la richiesta deve essere corredata da una dichiarazione resa in tal senso dell’interessato.

In che comprova il rapporto di interdipendenza che sussiste tra certificato di agibilità e permesso di costruire, nel senso che non è possibile procedere al rilascio del primo senza che si provi la conformità delle opere al progetto approvato.

Ciò tuttavia non significa che il certificato di agibilità può essere negato adducendo motivazioni di carattere urbanistico, ma solo che, tenuto contro del rapporto (univoco) di interdipendenza che intercorre tra i due diversi tipi di provvedimento, il certificato di agibilità può essere negato quando non sussista il necessario presupposto della conformità delle opere realizzate al progetto approvato.

4. Il collegamento tra concessione edilizia e nulla osta del Genio civile.

Altro punto di emersione della problematica relativa ai provvedimenti collegati è costituito dai rapporti che intercorrono tra concessione edilizia e nulla osta del Genio civile per i calcoli in cemento armato necessari per costruzioni da realizzare in zone sismiche ex dell'art. 18 della l. n. 64 del 1974.

Anche in questo caso si è partiti dall’affermazione di un regime di netta separazione tra i due tipi di atti; in proposito è stato ritenuto [10] che l’autorizzazione rilasciata dagli Uffici del Genio Civile per costruzioni in zone sismiche, da un lato, e la concessione edilizia, che viene rilasciata dal Sindaco nella osservanza dello strumento urbanistico vigente nel territorio, dall'altro, sono due diverse e distinte autorizzazioni, ciascuna emessa nei limiti dei rispettivi compiti di istituto dalle Autorità interessate e con finalità diverse, tra loro concorrenti ai fini della legittimità della concessione edilizia, ma non sostitutive o assorbenti l’una rispetto all’altra.

La stessa giurisprudenza, in particolare, pur ammettendo che esiste una connessione tra la normativa tecnica dell’edilizia antisismica e la materia urbanistica, quale sua integrazione per le costruzioni da sorgere nelle zone sismiche, ha affermato ciò non significa che la concessione edilizia in tali località possa configurarsi come atto complesso, in cui confluisce l’osservanza di entrambe le normative, in modo da obbligare il Sindaco all’osservanza anche di quella antisismica, ma soltanto che il Sindaco deve verificare d’ufficio anche la permanente validità del nulla osta rilasciato dal Genio Civile.

La tipicità dei due atti e la loro indipendenza, ad avviso della giurisprudenza, implica che non può negarsi il rilascio di concessione edilizia per presunta violazione da parte del progetto di costruzione, della normativa in materia di tutela ambientale, sismica e idrogeologica, rientrando dette valutazioni nel novero delle competenze di altre autorità amministrative [11], e che è legittimo il rilascio di una concessione edilizia per una costruzione da realizzare in zona sismica ove non sia stato acquisito, prima del rilascio della concessione stessa, il nulla osta antisismico ex dell'art. 18 della l. n. 64 del 1974 e non siano stati allegati gli esiti delle indagini geologiche e geognostiche [12].

La separazione tra i due tipi di provvedimento tuttavia, non è del tutto netta e rigida, dato che - per ammissione della stessa giurisprudenza - il nulla osta del Genio civile per le costruzioni da realizzare in zone sismiche, alla luce dell'art. 5, comma 3, lett. e) l. n. 64 del 1974, anche se non è condizione per il rilascio della concessione edilizia, è presupposto di efficacia di quest’ultima, finendo per  condizionare l’inizio dei lavori [13] e la stessa formazione del silenzio-assenso [14].

Il rilascio tardivo del nulla osta del Genio civile, pertanto, se non invalida la concessione edilizia preventivamente concessa, investendo tale nulla - osta non la fase procedimentale, bensì la fase attuativa della concessione [15], tuttavia condiziona l’efficacia della concessione, di guisa che  il termine di decadenza della concessione edilizia di un anno per l'inizio dei lavori non decorre nel caso in cui la costruzione ricada in zona sismica e non sia stata ancora rilasciata l'autorizzazione del Genio civile, cui tale inizio è subordinato [16].

Inoltre, nel caso in cui una concessione edilizia per la realizzazione di un fabbricato in zona sismica sia subordinata al rilascio del nulla osta da parte del competente Ufficio del Genio civile e quest'ultimo non abbia provveduto a rilasciare il detto nulla osta, non è dovuto il contributo relativo al costo di costruzione e la pretesa di quest'ultimo da parte del Comune non può pertanto che essere illegittima [17].

5. Individuazione dei tipi di collegamento (temporale, funzionale e logico) che intercorrono tra provvedimenti distinti.

Alla luce degli orientamenti giurisprudenziali formatisi in quei settori di emersione della problematica del collegamento tra provvedimenti, nonché alla stregua della più recente legislazione, sembra che possano individuarsi tre tipi di collegamento tra i provvedimenti amministrativi:

a) un collegamento temporale, alla stregua del quale un determinato provvedimento finisce per costituire il necessario presupposto per l’emissione di un ulteriore provvedimento successivo;

b) un collegamento funzionale, in forza del quale l’emissione di un determinato provvedimento presuppone l’adozione di un provvedimento sotto il profilo funzionale;

c) un collegamento logico, in cui il legame intercorrente tra due provvedimenti non condiziona la validità, sebbene l’efficacia di un provvedimento rispetto all’altro.

Nel caso esaminato del rapporto tra concessione edilizia e certificato di agibilità, anche alla stregua della legislazione più recente (v., in part. l’art. 24 del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, secondo cui la richiesta di certificato di agibilità presuppone necessariamente la “conformità delle opere realizzate al progetto approvato”, dato che la richiesta deve essere corredata da una dichiarazione resa in tal senso dell’interessato) sembra che sussista un collegamento funzionale, atteso che il rilascio del certificato di agibilità o di abitabilità (e la formazione del relativo silenzio-accoglimento) presuppongono la conformità delle opere alla concessione edilizia ed allo strumento urbanistico; di guisa che può negarsi il rilascio del detto certificato nel caso di opera abusiva o difforme dalla concessione edilizia rilasciata.

Diverso è il rapporto che lega la concessione edilizia al nulla osta del Genio civile per le opere da realizzare in zone sismiche (nonché, aggiungo, al nulla osta paesaggistico previsto per le zone soggette a tutela), che sembra piuttosto implicare un collegamento di tipo logico.

In tale ipotesi, infatti, mentre il rilascio della concessione edilizia non può essere negato per la mancanza dei detti nulla osta, tuttavia questi ultimi finiscono per condizionare l’efficacia della concessione edilizia, nel senso che l’inizio dei lavori autorizzati con concessione non può essere eseguito senza avere prima ottenuto il loro rilascio; tant’è che l’eventuale ritardo nel rilascio dei nulla osta in parola finisce per influire sullo stesso termine (annuale) previsto per l’inizio dei lavori, al punto di precludere la dichiarazione di decadenza della concessione edilizia nel caso in cui il ritardo sia dipeso dalle Autorità amministrative preposte al rilascio dei nulla osta.

L’esistenza di un rapporto di collegamento tra provvedimenti diversi non implica la negazione del principio di tipicità degli stessi, i quali rimangono formalmente distinti, anche se interdipendenti.

Tale interdipendenza, se da un lato non può spingersi fino al punto di affermare che un provvedimento previsto tipicamente per una causa e per la cura di un ben determinato interesse pubblico, può essere negato per ragioni attinenti a diverso tipo di provvedimento, tuttavia finisce per fare assumere ad un determinato atto (che possiamo definire, sia pure impropriamente, come atto presupposto o principale) un valore tale da condizionare la validità o l’efficacia di altro atto che al primo sia collegato.

 

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(*) Dedico questo breve saggio, che costituisce una anticipazione di un più ampio lavoro, a mio padre Pietro, che non c’è più da circa un anno ma che è sempre vivo nei miei ricordi.

[1] Sul principio di tipicità dei provvedimenti amministrativi v. B. CAVALLO, Provvedimenti ed atti amministrativi, in Trattato di diritto amministrativo (a cura di Caianiello), Cedam, 1993, p. 365 e segg. nonché P. VIRGA, Diritto amministrativo (Atti e ricorsi), vol. II, Milano 1999, p. 11 ss. ed ivi ult. riferimenti.

[2] Per un quadro riassuntivo v. E. CARDI, La ponderazione di interessi nei procedimenti di pianificazione urbanistica, in Foro amm. 1989, fasc. 3, p. 864 ss.

[3] V. ad es. C.G.A., 4 novembre 1995, n. 343, in Il Cons. Stato 1995, I,1610, che faceva discendere il principio dal fatto che “il reale oggetto del giudizio amministrativo è costituito dalla pretesa azionata e dall'accertamento della sua fondatezza”.

[4] V. in proposito Cons. Stato, Sez. V, 7 febbraio 2000, n. 672, in Foro amm. 2000, 463 ed in Giur. it. 2000, 1300, secondo cui, solo nel caso di  collegamento non già meramente occasionale, bensì genetico, cioè tale da descrivere il primo atto come quello che giustifica e delimita la produzione degli effetti di quello che lo segue, è applicabile la regola che consente, quale automatica conseguenza dell'annullamento dell'atto presupposto, l'automatica caducazione dell'atto conseguenziale, esentando il ricorrente dall'impugnazione espressa di quest'ultimo (in particolare, non è stato ritenuto sussistente un vincolo di presupposizione tra la revoca dell'aggiudicazione di un appalto di servizi e l'affidamento del servizio medesimo ad una azienda comunale, per cui l'eventuale consolidazione di quest'ultimo atto rende praticamente inutile ogni decisione giurisdizionale sul primo).

[5] V. ad. es. Cons. Stato, Sez. V, 22 aprile 1980 n. 442, in  Cons. Stato 1980, I, 544; Sez. V, 28 marzo 1980 n. 327, in Riv. giur. edilizia 1980, I, 657, secondo cui il rilascio del certificato di abitabilità previsto dall'art. 221 t.u. 27 luglio 1934 n. 1265 presuppone l'accertamento dell'inesistenza di cause di insalubrità dell'edificio, senza alcun collegamento col conseguimento di fini di carattere edilizio-urbanistico; TAR Sicilia Palermo Sez. I, 12 maggio 1987, n. 206, in Giur. amm. sic., fasc. 3/87, p. 343, secondo cui il rilascio del certificato di abitabilità attiene esclusivamente a scopi di carattere igienico-sanitario, presupponendo l'accertamento dell'inesistenza di cause di insalubrità e tale rilascio non impedisce che il Sindaco, nell'esercizio di propri, ma diversi poteri, adotti gli opportuni provvedimenti repressivi degli illeciti edilizi rilevati. Conseguentemente è stato ritenuto che il diniego del certificato di abitabilità previsto dall'art. 221, comma 1°, T.U. 27 luglio 1934 n. 1265 è illegittimo se fondato su profili e motivazioni diverse dall'accertamento della salubrità ed igienicità della costruzione.

 (1) Cfr.. Cons. Stato, Sez. V, 10 febbraio 2004 n. 477, in questa Rivista, pag. http://www.lexitalia.it/p/cds/cds5_2004-02-10-5.htm secondo cui non può essere negato il rilascio di una autorizzazione commerciale per mancanza di certificato di agibilità, atteso che l'eventuale mancanza di certificato di agibilità e le questioni di carattere edilizio possono avere rilievo in altri ambiti dell'attività amministrativa, ma non in quello strettamente commerciale.

V. anche T.A.R. Emilia Romagna Parma, 23 gennaio 1995, n. 24, in T.A.R. 1995, I, 1193, secondo cui, ai sensi dell'art. 24 l. 11 giugno 1971 n. 426, è illegittimo il diniego di rilascio di autorizzazione commerciale fondato su ragioni igienico-sanitarie, giacché l'inosservanza delle prescrizioni dettate nella suddetta materia rileva solo in sede di rilascio o diniego della licenza di agibilità (senza la quale l'esercizio, ancorché autorizzato, non può essere attivato) e, quindi, non può essere opposta all'istante in sede di valutazione della compatibilità dell'esercizio con la pianificazione commerciale e con l'interesse pubblico alla ottimizzazione della rete di distribuzione.

Sulla assoluta indipendenza tra certificato di agibilità e concessione edilizia v. anche T.A.R. Lombardia - Brescia, 2 agosto 2002, n. 1105, in questa Rivista, pag. http://www.lexitalia.it/private/tar/tarlombrescia_2002-08-02.htm secondo cui legittimamente un Comune nega il rilascio di un certificato di abitabilità per un locale per il quale era stata rilasciata concessione edilizia, atteso che concessione edilizia e certificato di abitabilità svolgono funzioni diverse

[6] V. in tal senso da ult. T.A.R. Lazio, Sez. II, sentenza 2 maggio 2005, n. 3230, in questa Rivista, pag. http://www.lexitalia.it/p/51/tarlazio2_2005-05-02-2.htm  e T.A.R. Sicilia - Palermo, Sez. II, sentenza 21 marzo 1997, n. 399 in G. amm. sic., fasc. 2/97, p. 633, secondo cui la licenza di abitabilità, da rilasciarsi ex art. 221 T.U. leggi sanitarie, costituisce il momento di chiusura del sistema di pianificazione urbanistica che, indicando nei suoi strumenti generali la ripartizione delle zone del territorio fra i possibili usi edilizi, individua a monte le condizioni di abitabilità del territorio stesso; condizioni che saranno poi specificate negli strumenti esecutivi, e nelle singole concessioni edilizie, fino ad avere un accertamento definitivo riguardo al prodotto ultimato nella autorizzazione ad abitare.  Ne consegue che legittimamente il Sindaco subordina il rilascio del certificato di abitabilità alla produzione di documenti di carattere urbanistico-edilizio che potrebbero rilevare ai fini di una indagine sull'eventuale commissione di violazioni edilizie, non essendo separabili il momento edilizio-urbanistico da quello edilizio-igienico. 

[7] v. ad es. T.A.R. Sardegna, 18 settembre 2002, n. 1275, in Foro amm. TAR 2002, 3037, secondo cui  il procedimento volto ad accertare l'abitabilità o l'agibilità di un immobile presuppone che il Comune abbia già riscontrato l'utilizzabilità ai fini edificatori dell'area interessata dal progetto - attraverso il rilascio della concessione edilizia ad edificare sull'area medesima - e la conformità del progetto medesimo con la normativa urbanistica vigente.

[8] V. in tal senso Cons. Stato, Sez. V, sentenza 5 aprile 2005, n. 1543, in questa Rivista, pag. http://www.lexitalia.it/p/51/cds5_2005-04-05-5.htm

[9] TAR ABRUZZO - PESCARA - Ordinanza 11 gennaio 2001, n. 1, in questa Rivista, pag. http://www.lexitalia.it/tar1/tarabruzzopesc_2001-1.htm, con nota di D. DE CAROLIS, Rilascio del certificato di utilizzabilità e necessaria conformità agli strumenti urbanistici.

[10] T.A.R. Sicilia-Catania, Sez. II, 26 luglio 1995, n. 1889, Giur. amm. sic., fasc. 3/95, p. 615.

[11] V. in tal senso Consiglio Stato, sez. V, 16 ottobre 1989, n. 642, in Cons. Stato 1989, I,1193 secondo cui è illegittimo, in quanto affetto da eccesso di potere, il diniego di concessione edilizia adottato dal sindaco sulla base della presunta violazione da parte del progetto di costruzione, della normativa in materia di tutela ambientale, sismica, idrogeologica e paesaggistica, rientrando dette valutazioni nel novero delle competenze di altre autorità amministrative (nella specie, peraltro, la società richiedente era munita di nulla-osta del magistrato alle acque, aveva presentato la relazione geologica prescritta, nonché ottenuto l'autorizzazione stabilita a tutela del paesaggio rilasciata dal ministero dei beni culturali e ambientali).

[12] Cons. Stato Sez. IV, 11 giugno 2002, n. 3253, in Banca dati LexItalia.it, record n. 1060.

[13] Cons. Stato, Sez. V, 6 agosto 1997, n. 875, in Riv. giur. edilizia 1998, I, 388.

[14] Cons. Stato, Sez. V, 2 febbraio 1996, n. 117, in Foro amm. 1996, 493 ed in Riv. giur. edilizia 1996, I, 539, secondo cui rientra tra i provvedimenti abilitativi di cui all'art. 8 comma 3, d.l. 23 gennaio 1982 n. 9, conv., con modificazione, dalla l. 25 marzo 1982 n. 94, anche il nulla osta del genio civile ex art. 18, l. 2 febbraio 1974 n. 64 per tutte le costruzioni edilizie da realizzare in zone sismiche, il cui rilascio è condizione d'efficacia della concessione edilizia, per cui la sua mancata trasmissione al comune impedisce la legittima formazione del c.d. silenzio - assenso e dell'effetto di rilascio della concessione edilizia.

[15] Cons. Stato, Sez. V, 6 agosto 1997, n. 875, cit.

[16] V. in tal senso TAR Sicilia - Palermo, Sez. II, 9 ottobre 1987, n. 643 in Giur. amm. sic., fasc. 6/87, p. 546.

[17] V. in tal senso C.G.A - Sez. Riunite, parere 28 gennaio 1987, n. 348 in Giur. amm. sic., fasc. 1/88, p. 22.


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