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n. 12/2010

L'ultima amarezza

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Forse è vero quel che dice mia madre (un’affermazione questa sulla quale concordava anche mio padre negli ultimi tempi della sua esistenza): non mi parlate di Università, perchè quando sento parlare di questo argomento mi prendo sempre dispiaceri. Eppure c’è tanta gente che ha ricevuto grandissime soddisfazioni dall’Università, raggiungendo in pochi anni posizioni inimmaginabili in un Paese normale. O forse occorrerebbe ormai affiancare all’originaria tesi del Presidente Luigi Einaudi (uno dei primi fautori dell’idea, spesso ripresa, ma mai attuata, di privare del valore legale i titoli di studio) anche quella di togliere valore legale ai titoli accademici. Del resto, il fenomeno di svalutazione di tali titoli è ben rappresentato dal fatto che i posteggiatori abusivi, da diversi lustri, non chiamano più i loro clienti con la qualifica di “Dottore”, ma con quella di “Professore” (universitario, s'intende).

Forse, appunto, sarebbe opportuno non parlare di Università, lasciandola ulteriormente nel malinconico oblio nel quale meriterebbe di rimanere. Del resto vane (anzi, particolarmente perniciose) sono state le numerose denunce fatte da chi scrive e da pochissimi altri sul sistema dei concorsi universitari.

Eppure sento la necessità di scrivere ancora una volta sull’Università, forse l'ultima, non soltanto come atto di amore verso questa che dovrebbe essere una istituzione sacra, ma che è stata innumerevoli volte profanata, ma anche quale sfogo personale. Anche perché io ben conosco le regole che vigono in materia (e che tuttavia, ammetto, non ho mai consapevolmente rispettato, ma che ho anzi pubblicamente denunciato, non condividendole; forse questa è stata la unica mia vera colpa).

So bene di far parte di una categoria che non gode di molte simpatie e che è comunque sospetta: quella dei c.d. “figli d’arte”. Tuttavia, pur facendo parte di questa categoria, non ho timori a parlare dell’Università perché (caso per la verità più unico che raro) non sono stato alcun modo stato avvantaggiato da ciò, ma anzi, paradossalmente, ne ho tratto numerosi svantaggi: sfido chiunque a dimostrare il contrario.

Basti dire che sono divenuto professore associato alla non verde età di 40 anni, quando mio padre era già fuori ruolo, con una quarantina di articoli nonchè con due monografie edite dalla Giuffrè (una sulle “Modificazioni soggettive nelle gare di appalto”, che mi ha costretto ad effettuare un approfondito studio sull’appalto civilistico e l’altra sulla "Attività istruttoria primaria nel processo amministrativo", che si occupava di un aspetto non secondario del processo amministrativo nonchè della disciplina dell’accesso agli atti amministrativi e della sua tutela, argomento questo che allora costituiva una vera novità; un anno prima avevo fatto una comunicazione sull’argomento al Convegno di Varenna, per verificare quali erano i rudimentali strumenti allora previsti dall'ordinamento per assicurare l'accesso agli atti della P.A.).

Prima di vincere il concorso non ero ricercatore, né avevo avuto alcun incarico retribuito (avevo prima insegnato per vari anni alla scuola di perfezionamento in diritto delle Regioni, senza alcun compenso). Sono divenuto associato con uno degli ultimi concorsi nazionali (e quindi sotto gli occhi di tutti) e non già col sistema localistico poi vigente, riportando, con due monografie, l’unanimità dei consensi della commissione (tutti e nove commissari hanno espresso giudizio favorevole); ciò nonostante l’Università di Palermo ha chiamato a ricoprire il posto che era stato bandito una allieva del Prof. Guido Corso, che aveva pubblicato solo una monografia e che aveva conseguito l’idoneità solo a maggioranza (se non ricordo male, con i voti di 5 commissari su 9).

 Appunto per questo sono stato costretto ad andare (per 3 anni) presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari, che non solo è una delle Facoltà più affollate d’Italia e non aveva allora il sistema del semestre, ma che - come tutti possono immaginare - non è molto agevole da raggiungere da Palermo. Per giustificare in qualche modo l’operazione, dissero che ero una specie di candidato “nazionale” (il che, in termini universitari, equivale a dire che ero un apolide senza sponsor).

Nonostante ciò, in quel periodo pubblicai una terza monografia, su “La partecipazione al procedimento amministrativo”, sempre con la Giuffrè, ristampata per il suo successo. Si trattava di un argomento che finiva, per così dire, per completare la serie (la prima monografia, riguardante l’appalto di oo.pp., concerneva il diritto sostanziale, la seconda sull’istruttoria nel processo amministrativo, quello processuale, la terza riguardava l’atto amministrativo e il suo procedimento di formazione).

Qualche anno prima avevo iniziato le pubblicazioni della rivista internet Giust.it - Giustizia amministrativa, nei primi anni accessibile all’indirizzo http://www.infcom.it/giustamm (per un nostalgico amarcord di infcom.it/giustamm, clicca qui; per uno di giust.it, clicca qui), che, per il suo ambito nazionale, ebbe ancor più successo di quella regionale, al punto che ben quattro case editrici molto note si proposero di fungere da editore di essa. Scelsi il Poligrafico dello Stato, che allora era un ente pubblico economico, perchè - per mia forma mentis - ho sempre preferito il pubblico al privato.

Tuttavia anche quando si è trattato della rivista internet Giust.it e di quella cartacea Giustizia amministrativa l’accademia non è stata molto tenera con me (forse perchè, per l’inusitato successo della rivista internet, come scrissi a suo tempo, essa aveva suscitato non poche invidie e qualche appetito; o forse perchè, nell'ambito accademico, la creazione di una rivista nazionale di successo da parte di un semplice associato, viene interpretata come una specie di insubordinazione e di mancato rispetto delle gerarchie).

Come molti lettori sanno (non sono infatti pochi i lettori che mi seguono dai tempi di Giust.it, ma ce ne sono addirittura alcuni che erano abbonati a Giurisprudenza amministrativa siciliana che fondai oltre 24 anni addietro), dopo quel che io chiamo il blitz dell’agosto 2003, culminato nel successivo settembre dello stesso anno con la privazione delle chiavi di accesso alla rivista che avevo fondato e di cui ero comproprietario al 50%, l’IPZS s.p.a. - senza chiedere il consenso a me quale fondatore e comproprietario - ha affidato la direzione di tale rivista ad alcuni noti accademici i quali, nonostante la situazione di comproprietà, non hanno esitato un attimo ad accettare la direzione (nonchè gli oltre 2500 abbonati che erano stati acquisiti grazie al mio lavoro), mediante la ridenominazione della rivista e la pubblicazione di un comunicato (tuttora presente nel sito) secondo cui gli abbonamenti della rivista Giust.it erano automaticamente trasferiti alla rivista “ridenominata”.

Identica operazione è stata compiuta con la rivista cartacea da me fondata e diretta - che allora contava oltre 1.500 abbonati, che tuttavia, dopo essere stata trasformata in una rivista prevalentemente di dottrina, credo che sia ormai defunta: all’atto in cui scrivo infatti, l’ultimo numero pubblicato risale al luglio-agosto 2008 e cioè ad oltre due anni addietro. E pensare che io mi dannavo per consegnarla al Poligrafico già composta e formattata, comprensiva di tutti gli indici, entro i tempi pattuiti; una volta addirittura mi contestarono per iscritto un ritardo di 6 giorni nella consegna.

Per rafforzare l’operazione di ridenominazione, i due direttori scientifici hanno non solo costituito un imponente “network” professionale in tutta Italia, ma hanno anche costituito un corposo comitato scientifico, al quale hanno subito aderito vari nomi altisonanti dell’accademia; in particolare, con mio stupore, ha aderito immediatamente ad esso anche il Prof. Corso, che mio padre considerava il suo allievo prediletto, il quale era ben a conoscenza dell’intera storia della rivista Giust.it, essendo alla stessa abbonato.

Io, di contro, che avevo fondato e diretto per oltre 6 anni la rivista Giust.it, sono stato costretto a ripartire con LexItalia.it da zero abbonati, senza l’ausilio di alcun network professionale ed alcun comitato scientifico. Sono passati altri 6 anni da quel momento e i risultati sono - quotidianamente - sotto gli occhi di tutti; lascio esprimere il giudizio ai lettori, che tuttavia, per quanto mi riguarda, si sono già espressi con i loro abbonamenti, per i quali non valgono nè cariche accademiche nè comitati scientifici. Nonostante che la rivista LexItalia.it sia notoriamente molto diffusa e risulti nella intranet del sistema informatico del Consiglio di Stato, dopo il sito delle Leggi d'Italia della De Agostini, la rivista più consultata dai magistrati amministrativi, tuttavia i principali esponenti dell'accademia inviano i loro contributi alla rivista ridenominata.

La potenza dell’accademia si è comunque manifestata in tutta la sua evidenza quando nel 2007, circa tre anni dopo l’operazione di “ridenominazione” (che si era tradotta solo nel cambiamento dell’intestazione e della prima pagina, redatta in tre colonne piuttosto che in due), è stata annunciata con grande enfasi l’attribuzione alla rivista “ridenominata” di un premio nazionale, da conferire con una cerimonia in pompa magna presso la Corte di Cassazione con una prolusione del Presidente emerito della Corte costituzionale Riccardo Chieppa (v. la locandina della cerimonia di premiazione, pubblicata dalla rivista ridenominata).

Quando ho appreso ciò, ho scritto tempestivamente al Pres. Chieppa una lettera con la quale gli ho illustrato compiutamente la storia della rivista ridenominata e premiata, fin dal momento della sua creazione (caso mai non la conoscesse già), chiedendogli almeno di citare in qualche modo il mio lavoro. Inutile dire che la richiesta è stata, senza alcuna risposta, del tutto disattesa ed anzi non sono stato nemmeno inviato alla cerimonia di premiazione, alla quale - com’era stato espressamente precisato nella locandina del convegno - poteva accedersi solo “con l’invito e con documento di riconoscimento” (confesso che è la prima volta che ho visto questa condizione apposta alla locandina di una manifestazione pubblica).

Nel discorso di premiazione del Pres. emerito Chieppa, che è poi stato pubblicato dalla rivista ridenominata, non è stato fatto alcun cenno al fatto che avevo fondato e diretto per oltre sei anni Giust.it, da cui era derivata la rivista premiata; il che sarebbe stato accettabile se i due direttori scientifici e quello responsabile avessero creato una rivista “ex novo”, senza utilizzare il mio lavoro (e gli abbonati tramite di esso acquisiti).

Nel discorso di premiazione, l’unico accenno allo scrivente è stato quello di ricordare che esistono, oltre a Giustamm.it, altre riviste giuridiche internet, tra cui anche..... la rivista LexItalia.it, diretta da Giovanni Virga, la quale utilizza documenti pubblicati da Giust.it (sic). Il riferimento al fatto che io utilizzo documenti di Giust.it - quasi che fossi un abusivo (mentre la rivista ridenominata ha sostituito, in violazione del diritto morale d’autore, le intestazioni di tutti i documenti di Giust.it, ivi compresi quelli contenenti i miei articoli, che oggi figurano pubblicati sorprendentemente da Giustamm.it) è talmente paradossale da non meritare commenti.

Negli ultimi anni mi ero astenuto dal partecipare a concorsi per ordinario, pur avendo tre monografie di successo ed oltre un centinaio di articoli e dirigendo una rivista nazionale, alla quale sono abbonate non solo le principali PP.AA., ma anche - direttamente od indirettamente - quasi tutti i professori di diritto amministrativo. Nei pochi concorsi ai quali avevo partecipato, infatti, mi ero visto sorpassare da candidati assolutamente sconosciuti che nel giro di pochi anni, con una monografia per il posto di associato e con una per il posto di ordinario, spesso in edizione provvisoria, avevano facilmente raggiunto l’ambito traguardo.

Mi ero ripromesso di non partecipare più a concorsi, nonostante le mie tre monografie ed i miei oltre 100 articoli, oltre all’attività che è quotidianamente sotto gli occhi di tutti, non avendo alcuno sponsor (anzi avendone qualcuno decisamente contrario). Tuttavia, un paio d’anni addietro è stato bandito un concorso da parte della mia Università e, trasgredendo alla promessa che avevo fatto a me stesso, ho presentato domanda, allegando fiducioso le mie tre monografie e solo alcuni dei miei articoli (sono stanco di fare pacchi interi degli oltre 100 articoli, che del resto gli addetti ai lavori conoscono bene). Ovviamente mi sono disinteressato del tutto delle elezioni della commissione di concorso.

Qualche giorno addietro è arrivata una raccomandata dell’Università con i nomi dei due idonei (tra i quali ovviamente non figuro). Dai verbali pubblicati su internet (che chiunque, se ne ha tempo e voglia, può visionare) risulta che la commissione ha ritenuto che, pur essendo stato riconosciuto da qualcuno (e precisamente dal Prof. Cerulli Irelli, che pubblicamente ringrazio) uno “studioso di ottimo livello”, io non ero nemmeno da ammettere alla valutazione comparativa, dato che le mie tre monografie, pur originali ed innovative, sono ormai “datate” e che addirittura non ricorre nemmeno “la continuità nell'attività di ricerca che costituisce uno dei criteri di valutazione dei candidati”.

Alla fine del giudizio collegiale è stata aggiunta la seguente postilla, che, in considerazione dell’attività da me svolta quotidianamente tramite la rivista, può suonare vagamente umoristica: “La Commissione si rammarica che il promettente impegno manifestato nei primi lavori non abbia avuto sviluppi successivi”. La colpa è quindi mia che, dopo i tre miei libri, ho abbandonato l'attività di ricerca e mi sono dedicato (anche se non me ne sono accorto) a raccogliere margherite e che non ho scritto, dopo la terza (che, come accade alle mozzarelle, è evidentemente scaduta), anche una quarta monografia.

Di contro sono stati dichiarati idonei due candidati che hanno presentato le classiche due monografie (la prima per il posto di associato e la seconda, nello stesso anno del concorso per ordinario), sulle quali non intendo soffermarmi più di tanto: basti notare che il candidato locale ha presentato una prima monografia - con la quale ha ottenuto l’associatura - su “La riduzione della sfera pubblica” (Torino, 2000), che (personalmente, ma posso anche sbagliarmi) non ho visto mai citata e che, confesso, non ho letto, ma che, come risulta dai giudizi, costituisce “una approfondita riflessione su quella che l'A. chiama la democrazia delle Danaidi (sic), ossia del progressivo accesso di interessi particolari alla tutela politica e la progressiva conversione di tutti i problemi sociali ed economici in problemi statali e la conseguente in distinzione tra ambiti statali-politici e ambiti sociali non politici” ed una seconda monografia - più attinente al diritto amministrativo - pubblicata nell’anno di indizione del concorso intitolata testualmente “Il riparto di giurisdizione. Apologia del diritto amministrativo e del suo giudice” (Napoli 2008).

Questa seconda monografia, che ha già un titolo discutibile (Apologia del diritto amministrativo e del suo giudice; io, infatti, nella mia ignoranza, conoscevo solo l’apologia del reato o, al massimo, l’elogio della follia di Erasmo da Rotterdam; mi mancava tuttavia l’apologia del diritto amministrativo), sostiene (cito sempre dai giudizi pubblicati) che “il criterio di riparto non si fonda sulle diverse situazioni soggettive o su un particolare regime della invalidità (il c.d. modo della equiparazione) o su una particolare disciplina dell'efficacia del provvedimento (la c.d. degradazione o il c.d. affievolimento del diritto soggettivo) ma, puramente e semplicemente sull'esistenza o meno del provvedimento amministrativo”.

Peccato che tale tesi non trovi alcun riscontro nella più che secolare giurisprudenza delle Sezioni Unite in materia di riparto di giurisdizione; anzi le stesse S.U. hanno nettamente smentito la tesi in questione anche di recente (v. per tutte da ult. la ordinanza delle Sez. Unite 24 novembre 2010 n. 23781, in LexItalia.it, secondo cui “La giurisdizione dipende dalla effettiva natura della controversia .... non essendo decisivo che la parte abbia agito per l’annullamento di un atto amministrativo”).

Dell’altro candidato dichiarato idoneo si valorizza invece la prima delle monografie, con la quale ha conseguito il titolo di associato (intitolata “Situazioni giuridiche soggettive e procedimento amministrativo” - Milano, 2002) che affronta il tema delle situazioni partecipative nel procedimento amministrativo, prima e dopo la L. 241/1990.

Tale monografia, tuttavia - come mi ha scritto lo stesso interessato allorchè me la inviò e come risulta comunque dalle numerose citazioni in essa presenti - aveva tratto molti spunti dalla mia monografia sullo stesso tema intitolata “La partecipazione al procedimento amministrativo” pubblicata con la Giuffrè appena 4 anni prima e che è stata un paio di volte ristampata. Solo che questa mia monografia (come già detto di appena 4 anni anteriore al citato principale contributo del candidato dichiarato idoneo) è, secondo la commissione, ormai "datata" e quindi è caduta in una sorta di prescrizione. E’ invece il tempo che dà la misura dell’impatto che una ricerca ha prodotto; cosa che non possono certo fare le pubblicazioni edite nello stesso anno del concorso. Se ne avrò il tempo, cercherò con separato documento di dimostrare l’impatto che i miei tre lavori hanno avuto anche sulla legislazione successiva.

Quel che più sorprende ed addolora, è comunque sentirsi dire che, dopo le mie tre monografie di successo (un successo testimoniato dalla loro diffusione e dall’impatto che l’ultima di esse ha avuto perfino sul migliore lavoro del candidato dichiarato idoneo nello stesso concorso), avrei abbandonato l’attività di ricerca; e ciò nonostante che gli stessi commissari siano costretti ad ammettere che, come risultava anche dalla mia domanda, sono direttore di una diffusissima rivista internet (nella quale spesso appaiono miei contributi firmati, i quali avrebbero potuto essere molti di più ove avessi elaborato tutti i documenti correlati che indico in calce a quasi tutte le sentenze, la cui ricerca richiede non poco tempo).

Secondo i verbali della commissione, la direzione scientifica di una rivista giuridica di larga diffusione non sarebbe tuttavia un’attività rilevante; anzi è a tal punto irrilevante da non consentire nemmeno di dimostrare il possesso (cito dai giudizi della commissione) della “continuità nell'attività di ricerca che costituisce uno dei criteri di valutazione dei candidati”: allora non comprendo perchè due noti professori ordinari di Roma, in veste di “direttori scientifici”, si siano affrettati ad impossessarsi della rivista da me creata e che avevo arricchito col lavoro di oltre 6 anni. Se l'attività svolta in quei sei anni non era neanche attività di ricerca, perché non creare una rivista "ex novo" senza utilizzare il lavoro in precedenza svolto? Mi domando inoltre  perchè, dopo appena tre anni dalla ridenominazione, sia stato loro conferito per la stessa rivista in pompa magna, presso la Corte di Cassazione, un premio giuridico con una prolusione di un Presidente emerito della Corte costituzionale. Se la direzione di una rivista non è attività scientifica, perchè dare un così alto premio (scientifico)? E perchè diversi commissari del concorso in questione risultano abbonati all'attuale rivista da diversi anni e la consultano perfino di domenica? Hanno forse tempo e soldi da perdere? Francamente non capisco ed attendo delucidazioni.

Si tratta comunque dell’ultima amarezza, che mi demotiva non poco anche nel duro lavoro che ogni giorno mi attende. Sentirsi dire, dopo oltre 25 anni che dirigo personalmente riviste giuridiche (e precisamente 12 per la rivista regionale e 14 per quella internet, affiancata per un certo periodo anche da un rivista cartacea), che tale attività non è ritenuta non dico un’attività scientifica ma neanche una “attività di ricerca”, tale da consentire di dimostrare il requisito della “continuità della ricerca”, fa cadere le braccia e mi pone degli interrogativi esistenziali: se la direzione di una rivista giuridica molto diffusa non è una attività scientifica (forse perchè la rivista LexItalia.it, così come in precedenza Giust.it, non ha un comitato scientifico? o forse perchè non mi sono auto-qualificato "direttore scientifico", ma solo "direttore"?) e se non è nemmeno attività di ricerca, che cosa è? Attendo una risposta.

Nonostante tutto, non intendo arrendermi. Non perchè ci tenga molto a divenire ordinario (preferisco essere l’associato di diritto amministrativo probabilmente più conosciuto d’Italia per l’attività - non si sa a questo punto di che natura - che quotidianamente svolge, piuttosto che uno sconosciuto ordinario; ormai sono così tanti che alcuni dei nuovi non sono nemmeno noti), ma per non darla vinta. Nello stesso modo in cui, dopo lo scoramento che ha accompagnato la fine di Giust.it, ho reagito nonostante le allora precarie condizioni di salute.

Confesso tuttavia che la tentazione di lasciar perdere tutto, allora come adesso, è stata molto forte. Nei primi giorni ho perfino pensato di mettere in copertina un cartello con la seguente scritta: “Rivista chiusa per ragioni universitarie”. Ma sarebbe stata una resa.

Poichè tre monografie di successo non sono sufficienti, cercherò di scriverne una quarta e forse anche una quinta. Qualcuno dirà: quel che vuol fare è del tutto inutile, dato che, senza sponsor (o, addirittura, con qualche sponsor contrario), non diventerà ordinario neanche se (ri)scrive l’enciclopedia del diritto.

So bene che il compito che mi attende non è dei più facili, dato che l’establishment reagisce in malo modo se si sente attaccato (anche se in realtà è lui che attacca, occupando le riviste fatte da altri, senza spendere neanche una parola per l’attività svolta da coloro che le hanno create, ma anzi cercando di cancellare le tracce dell’operazione, cambiando perfino le intestazioni dei documenti già pubblicati ed affermando nei concorsi che la direzione personale di una rivista - effettuata cioè senza network e senza diffuse collaborazioni - non è nemmeno attività di ricerca); non mi faccio soverchie illusioni.

 Vuol dire che i libri che scriverò, li scriverò per me stesso (e per mio padre che non c’è più, ma che mi è sempre vicino), nello stesso modo in cui dovrebbero essere scritti tutti i libri scientifici degni di questo nome; anzi, a questo punto, mi rendo conto del problema che affligge la mia terza monografia: quello non già quello di essere "datata", ma di essere stata scritta per me stesso e non in vista di un concorso, a differenza della seconda monografia dei due idonei di cui si è detto, entrambe pubblicate nello stesso anno dell’indizione del concorso.

Sarebbe stato a questo punto sufficiente attendere, per pubblicare questa terza monografia, l’anno del concorso, apportando magari qualche aggiornamento bibliografico: ma in questo caso, non essendoci alcun parametro obiettivo dato dal tempo, avrebbero forse detto che non valeva molto o addirittura che non era originale, essendo posteriore a quella del candidato dichiarato idoneo che ha scritto sullo stesso argomento.

Una scusa, del resto, si trova sempre, anche a costo di affermare in modo paradossale e vagamente umoristico (per uno come me che ogni giorno cura personalmente una rivista giuridica largamente diffusa ed utilizzata perfino dai commissari di concorso), che dal 1998 (anno di pubblicazione della terza monografia) non svolgo nemmeno attività di ricerca e che non ricorre quindi “la continuità nell'attività di ricerca che costituisce uno dei criteri di valutazione dei candidati”. Onde non sono stato ammesso nemmeno a valutazione, sia pure con il rammarico della benevola commissione “che il promettente impegno manifestato nei primi (3: n.d.r.) lavori non abbia avuto sviluppi successivi”.

Tutto questo è successo in un concorso di diritto amministrativo. Forse è questo il diritto amministrativo che dovremmo insegnare agli studenti, una sorta di diritto amministrativo "vivente" che esiste nella dura realtà di ogni giorno e che supera del tutto non solo la giurisprudenza delle Sezioni Unite, ma anche quel che c'è scritto retoricamente nei libri istituzionali.

Giovanni Virga, 10.12.2010.

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