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Articoli e note

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PIETRO VIRGA
(Professore emerito di diritto amministrativo
nell'Università degli Studi di Palermo)

La cartolarizzazione: una operazione nuova, anzi antica.

Alla operazione di cartolarizzazione si è fatto ricorso finora per la cessione dei crediti, soprattutto in occasione della liquidazione di società, che, vantando un copioso portafogli di crediti di difficile esazione, si trovano in difficoltà finanziarie. All’uopo è stata anche emanata una apposita legge (l. 30 aprile 1999 n. 130), la quale ha espressamente previsto la facoltà della società cessionaria di crediti di enti pubblici di emettere titoli garantiti dai crediti ceduti.

Ora con il decreto legge Tremonti del 25 settembre 2001 n. 351 (in G.U. n. 224 del 26-9-2001), il sistema della cartolarizzazione viene impiegato per la dismissione dei beni immobiliari.

Un lontano esempio potrebbe rinvenirsi nella storia della rivoluzione francese.

Nel 1789, l’assemblea nazionale, per "monetizzare" immediatamente i beni ecclesiastici che erano stati confiscati e che non risultavano rapidamente alienabili, su suggerimento di Taillerand, deliberò di emettere degli "assegnati", specie di obbligazioni dello Stato che fruttavano l’interesse del 5%, garantiti con ipoteca sui beni della Chiesa e ammortizzabili in relazione al realizzo dei beni medesimi. Nel 1790, gli assegnati divennero infruttiferi e si trasformarono in una vera e propria carta moneta simile alle attuali banconote. Ma, data la enorme quantità di "assegnati" che venne emessa, la nuova carta-moneta subì una rapida svalutazione, di guisa che gli assegnati venivano rifiutati nelle transazioni commerciali.

La ragione per la quale si è ritenuto di fare ricorso alla cartolarizzazione per la dismissione dei beni pubblici è quella di abbreviare i tempi. Negli ultimi anni, numerose leggi erano state emanate per la dismissione del patrimonio immobiliare dello Stato e degli enti pubblici (ad esempio, le due leggi finanziarie 448/1998 e 488/1999), ma i risultati erano stati deludenti.

Alcune vendite di beni del patrimonio immobiliare dello Stato e degli enti pubblici erano state annunciate, ma mai realizzate sia per la inerzia della burocrazia, sia per le difficoltà di carattere urbanistico ed edilizio. Ciò era dovuto al fatto che, a prescindere dal vincolo di carattere storico o artistico, gli strumenti urbanistici non prevedevano prescrizioni tipologiche e volumetriche per la edificazione dei beni da dismettere e quindi l’acquirente del bene difficilmente avrebbe potuto utilizzare il bene stesso.

Secondo le disposizioni contenute nel decreto legge, il patrimonio immobiliare pubblico, comprensivo anche dei beni demaniali (ovviamente dopo la sdemanializzazione), verrebbe ceduto a società-veicolo appositamente costituite, che acquisterebbero gli immobili per rivenderli sul mercato. All’atto dell’acquisto, verrebbe corrisposto all’erario un importo provvisorio sotto forma di "prezzo iniziale", con riserva di versamento del rimanente corrispettivo a operazione di vendita compiuta, sotto forma di "prezzo differito".

La società-veicolo è autorizzata ad emettere titolo equiparati ai fini fiscali del debito pubblico, il cui rimborso sarebbe garantito dai proventi derivanti dalla gestione e dalla vendita degli immobili, dopo il rimborso del debito per capitale ed interessi ed altri oneri accessori.

Il vantaggio derivante dalla operazione Tremonti sarebbe quello di assicurare immediatamente una entrata all’erario, consentendo alle società-veicolo un tempo sufficiente per porre in essere tutti gli adempimenti necessari ai fini di una proficua vendita del bene.

Ma l’operazione suscita alcuni interrogativi.

Si pone il problema di stabilire se la cartolarizzazione si attua con due trasferimenti, uno a favore della società ed uno a favore dell’acquirente, con tutte le complicazioni che i due trasferimenti comportano ovvero si attua con un unico trasferimento a favore dell’acquirente tramite la società-veicolo. A favore della società-veicolo potrebbe essere concesso solo un "affidamento di gestione" in vista della futura vendita, ma resterebbe aperto il problema di istituire una ipoteca su un bene che non è trasferito in proprietà.

Altro problema che si pone per l’interprete è quello di stabilire se siano state implicitamente abrogate tutte le disposizioni precedentemente emanate in materia di dismissioni, dato che la nuova legge fa solo generici cenni ai procedimenti in corso, senza tuttavia procedere alla abrogazione espressa delle norme precedenti. In difetto di una norma di abrogazione espressa, debbono considerarsi implicitamente abrogate tutte le norme precedenti incompatibili con il nuovo regime.

In particolare, deve ritenersi implicitamente abrogata la norma dettata dall’art. 3, 3° comma della l. 23 dicembre 1999 n. 488 (legge finanziaria 2000), secondo cui era attribuito un diritto di prelazione a favore degli enti locali territoriali (regioni, provincie e comuni) nel cui territorio era situato il bene oggetto di dismissione. Ora invece l’art. 3, 15° comma del decreto Tremonti prevede che agli enti territoriali interessati sia attribuita una quota non inferiore al 5% e non superiore al 15% del ricavato della vendita.

Particolare preoccupazione suscita inoltre il disposto dell’art. 3 comma 17, secondo cui i beni oggetto del trasferimento non sono soggetti alla autorizzazione di cui al testo unico delle disposizioni sui beni culturali (d.lgs. 490/1999). Si consideri in proposito che quasi tutti gli edifici da alienare non sono ancora formalmente vincolati proprio perché appartenenti allo Stato o ad un ente pubblico.


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