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Articoli e note

n. 1/2006 - © copyright

IGNAZIO LAGROTTA
(Ricercatore in Diritto costituzionale
nell'Università degli Studi di Bari)

Diritto alla vita ed eutanasia nell’ordinamento
costituzionale italiano: principi e valori*

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SOMMARIO: 1. Premessa. 2. Diritto alla vita, eutanasia ed ordinamento costituzionale italiano: cenni.  3. Incompatibilità dell’eutanasia con la Costituzione alla luce del sistema di principi e valori, in particolare del principio personalistico e della dignità umana. 4. Segue: a) l’incostituzionalità dell’essere aiutati a morire; b) sulla configurabilità o meno di un fondamento costituzionale del c.d. «diritto di morire». 5. La diversa situazione del diritto di rifiutare le cure e del c.d. divieto di accanimento terapeutico. 6. Una prima conclusione alla luce del dettato costituzionale: l’indisponibilità del bene vita e la “natura” dello Stato costituzionale.

1. Premessa.

Il tema dell’eutanasia pone oggi un primo problema di fondo: la capacità dell’uomo di disporre della (propria) vita. La questione è di primaria importanza perché da una diversa concezione della vita stessa possono farsi derivare la liceità morale e la legittimità formale del diritto di morire o di far morire, o viceversa, la loro negazione e condanna, sia etica, che giuridica.

Lo sviluppo delle scienze biologiche, biomediche [1] in particolare, non sembra opporre frontiere invalicabili al controllo dell’uomo sulla natura e dinanzi ai tanti interrogativi che esigono una risposta concreta, ai giuristi, specie ai costituzionalisti, sembra essere riservato un ambito sempre più residuale rispetto alle indagini filosofiche, scientifiche, sociologiche ed etico/religiose.

Invero, poiché l’approdo ad una regolamentazione giuridica di determinati fenomeni controversi, prima o poi, appare una circostanza necessaria oltre che imprescindibile, si ritiene che il contributo del costituzionalista nel campo della c.d. biogiuridica possa essere determinante, in un confronto tra diverse e spesso opposte posizioni, nella ricerca di una disciplina di dettaglio che si armonizzi all’interno di quei valori comuni, incardinati nelle norme costituzionali [2].

Con riferimento al tema specifico dell’eutanasia, oggetto del presente contributo, atteso che il diritto alla vita costituisce una pre-condizione per l’esercizio di ogni altro diritto all’interno dell’ordinamento si cercherà di dare una riposta al seguente interrogativo: il diritto alla vita include anche il diritto di morire [3] ?

2. Diritto alla vita, eutanasia ed ordinamento costituzionale italiano: cenni.

Nell’ordinamento costituzionale italiano non si rinviene una enunciazione normativa espressa che tutela il diritto alla vita; pur tuttavia la dottrina e la giurisprudenza unanime sono concordi nel ritenere il diritto alla vita un’implicazione del sistema costituzionale [4].

I diritti inviolabili di cui all’art. 2 della Cost. sono la prima situazione costituzionale che rinvia alla considerazione, quasi intuitiva, del rapporto di strumentalità intercorrente tra le enunciazioni ivi contenute ed il diritto alla vita [5].

L’art. 2 della Costituzione Italiana, infatti, così recita: “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale [6]”.

Tale previsione é servita al giudice costituzionale come parametro nella valutazione delle leggi statali, in quanto ha posto un limite ad un eventuale revisione della Costituzione e, soprattutto, è stato un modo per colmare lacune costituzionali e per interpretare le norme sulla libertà [7] e sui diritti fondamentali [8].

Tutte le libertà costituzionalmente garantite, quindi, non possono essere modificate limitandone la portata, perché questo costituirebbe uso illegittimo del potere di revisione costituzionale. Oggi i valori della persona umana, resi sempre più incisivi, costituiscono gli unici valori in grado di unire le forze politiche e sociali [9].

L’art. 2 della Costituzione Italiana riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo: ciò significa che lo Stato trova i diritti fondamentali della persona come preesistenti a sé; pertanto, non é lo Stato che crea tali diritti, ma semplicemente li dichiara, evidenziando la sacralità dell’individuo, di cui ogni legge deve tener conto.

L’art. 2 della Costituzione è allora considerato norma fondamentale, che si pone a tutela dell’individuo come garanzia costituzionale del diritto inviolabile della vita [10], tanto che neppure lo stesso ordine costituzionale potrebbe permettersi di violarlo.

Qualsiasi intervento in una materia delicata quale quella della tutela della vita e dell’effettività dei diritti di ogni uomo di fronte alla morte non può non parametrarsi con i principi costituzionali.

Il nodo principale da sciogliere è, quindi, quello relativo all’incidenza che sulla materia discende dai principi costituzionali. In altri termini, si deve valutare l’esistenza o meno di un vero diritto di morire con dignità, quale estrinsecazione del più generale diritto alla dignità umana.

Il riferimento sarebbe, pertanto, proprio al complesso di norme che costituiscono il perno dell’assetto ordinamentale e che costituiscono estrinsecazione del principio personalistico e di quello della dignità umana.

3. Incompatibilità dell’eutanasia con la Costituzione alla luce del sistema di principi e valori, in particolare del principio personalistico e della dignità umana.

Nessuna idea sull’eutanasia - che sia di ferma condanna o di attiva promozione – potrebbe, comunque, trovare cittadinanza nell’ordinamento italiano se non avesse un fondamento legittimante nella Carta costituzionale, sia perché la Costituzione rappresenta il luogo laico dei valori comuni e condivisi, sia perché, in un assetto giuridico a Costituzione rigida qual è quello italiano, «si deve costantemente guardare ad un diritto progettabile in rapporto ad esigenze di conformità costituzionale» [11].

Invero, è con l’avvento della Costituzione che il dibattito sulla disponibilità dei beni strettamente personali segna un mutamento significativo. In particolare, proprio la disciplina sugli atti di disposizione del proprio corpo esprime efficacemente le difficoltà legate allo scarto dei differenti contesti giuridico-costituzionali. L’articolo 5 del codice civile [12] racchiude oggettivamente una concezione quasi «strumentale» della salute – come dovere connesso all’adempimento dei compiti nella famiglia, nella società, nello Stato [13] - che, sotto certi aspetti, può dirsi completamente abbandonata nel nuovo disegno costituzionale (si pensi agli articoli 2, 4, 30 e 31).

Il dibattito intorno alla possibilità di configurare una copertura costituzionale per l’eutanasia è in parte riconducibile, secondo alcuni Autori, alla vexata quaestio se il catalogo dei diritti inviolabili tutelati dalla Costituzione sia chiuso o aperto.

Secondo una prima dottrina, attribuire alla clausola dei diritti inviolabili di cui all’articolo 2 della Costituzione un contenuto aperto e indeterminato equivarrebbe a rendere estremamente incerta l’esatta estensione della norma e, perciò stesso, ad aprire la via alle più varie ed arbitrarie esegesi soggettive. I diritti inviolabili dovrebbero essere interpretati, pertanto, come catalogo chiuso riassuntivo delle altre previsioni costituzionali; pur tuttavia una simile lettura non costringerebbe a pietrificare il contenuto normativo dei diritti inviolabili, dal momento che gli articoli 13 e seguenti potrebbero essere soggetti a un’interpretazione estensiva ed evolutiva, tale da ricomprendere tutti quelli che vengono comunemente definiti «nuovi diritti», ricostruibili, pertanto, come aspetti o sviluppi di diritti tipizzati ed enumerati in Costituzione [14].

Una seconda dottrina ritiene che una lettura chiusa dell’articolo 2 Cost. equivarrebbe ad attribuirgli un significato pleonastico e tautologico, sicché non dovrebbe escludersi l’affermazione di altre posizioni inviolabili oltre quelle disciplinate dalle disposizioni costituzionali, sia integrando eventuali lacune, sia interpretando le evoluzioni e gli sviluppi del sentimento di giustizia e della coscienza sociale dei cittadini [15].

In realtà le due posizioni sono meno lontane di quanto non parrebbe in quanto entrambe, alla fine, tendono a ricondurre il ‘nuovo’ diritto a una lettura estensiva di un diritto di libertà già presente nella Carta: la differenza tra le due impostazioni dottrinali rimane solo quella per cui «l’una ugualmente acconsente alla positivizzazione di ‘nuovi’ diritti fondamentali (che, tuttavia, non chiama così…), sempre che se ne dimostri la strutturale connessione coi (o, ad essere ancor più giusti, la filiazione dai) diritti iscritti dallo stesso Costituente (…); l’altra impostazione, potrebbe, volendo, portare ancora più in là alla creazione di diritti autenticamente nuovi» [16].

Partendo da queste premesse si può quindi argomentare su cosa dice la Costituzione in materia di eutanasia e sull’interpretazione degli articoli che si devono considerare in proposito.

Assai controversa è la questione se possa rinvenirsi una copertura costituzionale per un «diritto all’eutanasia», qualora si intenda con ciò il diritto alla scelta del tempo e del modo della propria morte, quand’anche sia necessario l’aiuto attivo e diretto di un medico (o di altro terzo) per procurare, agevolare o accelerare l’evento letale.

L’opinione più diffusa e condivisibile nella dottrina costituzionale è quella che ritiene che un’ipotetica legge che riconoscesse la legalità dell’eutanasia, e con essa un diritto alla morte, urterebbe inevitabilmente contro la lettera e lo spirito della Costituzione italiana nel suo carattere personalistico, dal momento che l’articolo 2 della Costituzione, riconoscendo e garantendo i diritti inviolabili dell’uomo, proibirebbe in modo assoluto, seppure implicito[17], il compimento di qualsiasi atto diretto a interrompere o abbreviare la vita dell'uomo. Qui viene in rilievo, inoltre, l’articolo 3, comma 2, che assegna allo Stato il compito di farsi strumento per assicurare il pieno sviluppo della persona umana. Il principio personalistico trova conferme più specifiche, ma non meno importanti, nella consacrazione dei diritti e delle libertà attinenti alla persona umana (si pensi, tra gli altri, agli articoli 13, 19 e 21, che assegnano a tali diritti e libertà una posizione di assoluto rilievo anche dal punto di vista della topografia costituzionale). Sono posti a salvaguardia della dignità dell’uomo gli articoli 41, comma 2, e 27, comma 3[18]; e ancora, il principio personalistico viene desunto dalle disposizioni che, in stretto collegamento con il disposto dell’art. 3, comma 2, impongono allo Stato specifici compiti positivi per il pieno sviluppo della persona umana in materia di lavoro (articoli 4, 35, 37), di cultura e ricerca scientifica (articolo 9), di assistenza processuale (articolo 24), di famiglia (articolo 29), di salute (articolo 32), di scuola (articolo 34), di assistenza sociale (articolo 38) e di attività economica (articolo 41, comma 1) [19].

Più in particolare, una lettura congiunta dell’articolo 2 con l’articolo 32 della Costituzione – laddove impone la «tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo» e vieta la violazione dei «limiti imposti dal rispetto della persona umana» - porta a concludere che la Costituzione intende tutelare contro qualunque aggressione [20] il diritto alla vita in quanto tale, nonostante la malattia e le sofferenze [21]. Non esisterebbe e non potrebbe esistere, di conseguenza, un diritto costituzionalmente garantito all’eutanasia, né attiva né passiva, risultando «difficile accomunare dal punto di vista della tutela costituzionale il diritto dell’uomo di vivere e quello opposto a morire» [22].

Da chi condanna tout court l’eutanasia, nella sua forma tanto attiva che passiva, si distingue chi giudica impraticabile (o comunque insoddisfacente come criterio ‘assoluto’) il semplice richiamo alla protezione costituzionale della vita come diritto inviolabile[23] per chiudere qualsiasi discorso sul diritto a morire e teorizza l’incompatibilità con la Carta fondamentale della sola eutanasia attiva, attraverso argomenti tesi ad evidenziare quelle differenze giuridiche tra il lasciarsi morire e l’essere aiutati a morire da altri, che rendono compatibile con la Costituzione l’uno e non anche l’altro.

4. Segue: a) l’incostituzionalità dell’essere aiutati a morire; b) l’inconfigurabilità di un fondamento costituzionale del c.d. «diritto di morire».

a) l’incostituzionalità dell’essere aiutati a morire

Una rilevante differenza tra il lasciarsi morire e il chiedere a qualcuno di essere attivamente aiutato a morire sarebbe rappresentata dal fatto che in quest’ultimo caso – oltre a essere la richiesta e l’atto conseguente anti-naturali, perché puntano a porre fine ad una vita umana, non semplicemente a lasciare che essa si chiuda più velocemente per effetto o a seguito del rifiuto di terapie di mantenimento – si sarebbe in presenza di una relatio ad alteros: vi sarebbe cioè il coinvolgimento diretto di una terza persona (di solito un medico) nella propria scelta.

Se si riconoscesse ad alcuni il “diritto a ottenere un aiuto per morire”, dovrebbe specularmente configurarsi per altri un corrispondente “dovere di uccidere” [24].

Sarebbe questo un limite invalicabile: sarebbe impossibile riconoscere il carattere della giuridicità a una situazione in cui si può verificare il dominio della volontà di un soggetto (il paziente che vuole morire) su quella di un altro (il medico che deve ucciderlo), arrivando ad estendere il diritto alla propria morte sino al diritto al proprio omicidio.

In estrema sintesi, l’eutanasia attiva sarebbe intrinsecamente antigiuridica e, dunque, incostituzionale in quanto sostanzialmente antirelazionale.

Altro aspetto che differenzierebbe il lasciarsi morire dalla richiesta di essere aiutati attivamente a morire sarebbe costituito dall’eliminazione di spazi temporali per la possibilità di ripensamenti da parte del malato per via dell’immediata causalità tra la decisione eutanasica consapevole e l’evento morte che «rendono di fatto “insostenibile” in tali situazioni la contraddizione teorica (…) di una libertà (o diritto) “ad effetto irreversibile”» [25]. Sarebbe impossibile riconoscere come diritto costituzionalmente garantito un atto che è causa della lesione istantanea e definitiva dell’integrità biologica del proprio corpo.

Antinaturalità, antirelazionalità[26] e istantaneità[27] sarebbero, dunque, secondo la dottrina, elementi propri dell’eutanasia attiva, che contribuirebbero a renderla un evento contrario al diritto e dunque alla Costituzione.

b) sulla configurabilità o meno di un fondamento costituzionale del c.d. «diritto di morire».

Il problema in esame non può ritenersi esaurito senza indagare il profilo di una possibile copertura o riconoscibilità costituzionale del diritto di morire.

Una parte della dottrina vede proprio nella lettura congiunta degli articoli 2 e 32 della Costituzione, la base legittimante – anziché escludente – il diritto alla scelta attiva della propria morte.

Chi accede a una tale lettura della Carta costituzionale è convinto che in essa la vita sia tutelata come valore, non solo nel senso di mero dato biologico dell’ “essere vivi”, ma nel senso dell’“avere una vita” significativa e gratificante, in una parola degna per chi la vive[28]: se si ritiene che il valore della vita dipenda dal significato soggettivo che essa ha per chi la conduce, «non si potrà non affermare che (…) per un soggetto non tutti i modi di vivere sono degni di essere chiamati ‘vita’. Può allora proprio essere considerata una forma di rispetto della vita il rifiuto di un modo d’essere che il soggetto non reputa essere ‘vita’» [29].

Il problema che si pone è allora questo: può un soggetto scegliere di rifiutare una vita che ritiene non più degna di essere vissuta? Può scegliere di morire? O lo Stato può interpretare e applicare il principio del rispetto della persona umana – e quindi della sua tutela – sino a bloccare e anche punire la persona che intenda rinunciare alla vita?

La risposta che viene data da una parte della dottrina è che lo Stato non può impedire e punire la scelta di morire[30] perché il suicidio spontaneo è un atto di libertà che non tocca la comunità e, di conseguenza una legge che vietasse e sanzionasse in via generale il suicidio potrebbe essere considerata incostituzionale per violazione dell’articolo 2.

Secondo tale prospettazione il rispetto della persona, il rispetto della sua libertà, il rispetto della sua dignità imporrebbe, dunque, anche il rispetto di una decisione che vada contro la vita, dal momento che il vigente ordinamento giuridico riconosce l’incoercibilità del vivere [31].

Parte della dottrina va ancora oltre, e ritiene che nella Costituzione si possa rinvenire la base legittimante non solo dell’eutanasia attiva volontaria ma anche dell’eutanasia attiva non volontaria. Per questa dottrina, infatti, la questione oggi investe più di frequente il caso del malato in coma irreversibile, piuttosto che il caso di chi attende una sicura morte (e che può suicidarsi se ha la forza e i mezzi). Secondo tale dottrina l’articolo 32, comma 2, letto congiuntamente all’articolo 2 della Costituzione autorizza l’eutanasia nelle condizioni di necessità suindicate[32].

Ad avviso di chi scrive, la Costituzione – e in particolare la lettura congiunta degli artt. 2 e 32, co. 2 in coordinato con l’intero impianto costituzionale – consente di dare una risposta negativa agli interrogativi sopra rappresentanti: il richiamo ai «diritti inviolabili dell’uomo» ed al «rispetto della persona» non possono far ritenere legittima alcuna forma di eutanasia attiva che, alla luce del dettato costituzionale, risulta antigiuridica e, quindi, illegittima[33].

Sotto il profilo strettamente costituzionalistico, quindi, il c.d. diritto di morire trova il suo ostacolo più forte proprio nel principio personalistico.

Diverse, invece, sono le indicazioni che si possono trarre dalla Carta fondamentale circa la configurabilità di un diritto di rifiutare le cure e/o il c.d. divieto di accanimento terapeutico.

5. La diversa situazione del diritto di rifiutare le cure e del c.d. divieto di accanimento terapeutico.

La Costituzione italiana, nel comma 1 dell’articolo 32, qualifica la salute sia come «fondamentale diritto dell’individuo» sia come «interesse della collettività». Il profilo individuale e quello sociale della salute possono talvolta entrare in conflitto e può sorgere la questione di quale tra di essi debba prevalere, se il diritto del singolo o l’interesse della collettività, se la salute come diritto o come dovere[34].

Per la giurisprudenza[35] dominante, il comma 2 dell’art. 32 Cost. – per cui «nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge» e in nessun caso la legge può violare «i limiti imposti dal rispetto della persona umana» - scioglie ogni dubbio in proposito: la norma costituzionale (spesso letta congiuntamente all’articolo 13, comma 1, Cost., che garantisce l’inviolabilità della libertà personale) viene quasi unanimemente interpretata[36], anche dalla dottrina [37], nel senso che trattamenti sanitari possono essere legittimamente imposti – pur sempre nel rispetto della persona umana [38] - esclusivamente nei casi eccezionali e tassativi in cui vi sia una legge a prevederlo[39] e ciò sia necessario per tutelare interessi pubblici – in primis la salute degli altri consociati – non altrimenti garantibili (oltreché nei casi in cui ricorra la scriminante dello “stato di necessità”)[40]. In tutti gli altri casi, la Costituzione dà la prevalenza assoluta al principio di autodeterminazione individuale, talché sarebbe illegittimo qualsiasi trattamento sanitario applicato in assenza o contro il consenso dell’avente diritto, ancorché per salvaguardare il suo benessere.

A tal proposito si deve richiamare quanto già in parte anticipato in merito al mutamento che, con l’avvento della Costituzione, si è verificato nell’interpretazione dell’articolo 5 c.c.: secondo la tesi dominante, infatti, tale articolo vieterebbe solo gli atti di disposizione del proprio corpo positivi, di automutilazione, non anche quelli negativi, quali, primo fra tutti, il rifiuto di cure mediche [41]; sicché non ci si potrebbe appellare ad esso per invalidare un eventuale dissenso del paziente a determinate cure né per legittimare un intervento autonomo del medico [42]. Se si accedesse a una lettura diversa della norma ordinaria – sino a includervi anche il divieto di rifiuto delle cure da parte del malato – tale interpretazione estensiva sarebbe costituzionalmente illegittima, in quanto in aperto contrasto con la libertà della salute posta dall’articolo 32 della Costituzione. Da un lato, quindi, al singolo non dovrebbe riconoscersi il diritto ad automutilarsi ma dall’altro gli si dovrebbe garantire il diritto di rinunciare alle cure[43].

Ogni paziente deve essere trattato come soggetto che ragiona in modo autonomo, non come semplice oggetto del potere delle strutture mediche [44]; ha il diritto che venga rispettato il suo rifiuto di atti diagnostici e terapeutici. Non solo l’accanimento terapeutico [45], ma ogni atto compiuto su di lui, contro la sua volontà, costituisce offesa e attentato alla sua libertà. È questo il c.d. “risvolto negativo del diritto alla salute ” garantito dall’art. 32, co. 2, Cost.: il diritto di non curarsi; il diritto di perdere la salute [46].

Sulla base di queste premesse, il rifiuto del paziente deve costituire limite inderogabile per ogni intervento del medico[47], al quale non può essere imputata alcuna omissione giuridicamente rilevante, non essendo più tenuto a curare.

Naturalmente, alla base del rifiuto e a conforto della sua assoluta rispettabilità, è necessario che il paziente sia, non solo nel pieno delle sue facoltà mentali e giuridicamente capace[48] , ma anche in grado di conoscere e comprendere – sulla base di una corretta informazione, che è dovere giuridico del medico fornire – le conseguenze della sua determinazione e le possibili alternative terapeutiche che possono essere prospettate (è il cosiddetto consenso/dissenso informato)[49].

Quando ci si trovi di fronte ad una volontà così formata, molti giudicano irrilevante se essa sia espressa nell’attualità della malattia o sia stata formulata in antecedenza, attraverso le “direttive biologiche anticipate”, redatte nel momento del benessere, allo scopo di rendere chiare e vincolanti le indicazioni del firmatario, per il caso in cui egli si venga a trovare in stato di incoscienza o di incapacità di intendere e volere nelle fasi finali della propria vita e non sia più in grado di consentire o rifiutare le cure [50].

Comunque sia, in presenza di un rifiuto delle cure informato, esplicito e validamente espresso, l’astensione del medico non è da ritenersi solo legittima, ma anche doverosa: la condotta del sanitario che si determini comunque al trattamento medico o chirurgico è da ritenersi inaccettabile tanto sotto il profilo costituzionale che deontologico[51], e tale da tradursi, al limite, in un illecito penale ex articolo 610 del codice penale o in altro delitto contro la libertà individuale, costituendo coazione a subire qualcosa di esplicitamente rifiutato [52].

Quando una libera e cosciente volontà può essere espressa, nient’altro può venire a questa sostituito nella decisione. O legge, o consenso, dunque: il principio voluntas aegroti suprema lex troverebbe qui la sua massima espressione; anche se avverso tale impostazione può congruamente obiettarsi che sussiste pur sempre l’obbligo del medico di curare la ripresa dei tentati suicidi.

Anche se non può sottacersi, come è stato acutamente osservato, che definire il suicidio l’ultima libertà della vita significa collocar(lo) in quella ideologia di libertà senza responsabilità e di capovolgimento dei valori (libertà-vita)[53] .

Al di là del consenso del malato, allo Stato, comunque, residua un importante spazio per una “strategia della persuasione”[54], volta a incentivare l’interesse dei cittadini per la propria salute senza mai potersi spingere sino a imporre trattamenti medici contro il volere del singolo nel suo presunto esclusivo interesse [55].

Neppure, per i più, potrebbe trovare spazio nel nostro ordinamento l’idea dell’esistenza di un “dovere costituzionale alla salute” come principio di ordine pubblico o come presupposto per l’adempimento di altri doveri costituzionali tipici (si vedano gli articoli 2, 4, 30, 48 e 52 della Costituzione). A parte il fatto che è assai dubbia nel nostro sistema costituzionale la possibilità di individuare doveri ulteriori rispetto a quelli espressamente riconosciuti[56], tanto il tenore letterale e il significato dell’art. 32, co. 2, Cost., quanto, più in generale, l’intero sistema di valori cui si ispira la Carta costituzionale paiono fortemente inconciliabili con la trasfigurazione di un diritto fondamentale in un generico “dovere a mantenere la propria salute” per un qualche obbligo di solidarietà politica economica o sociale, o per un qualsivoglia altro interesse di carattere collettivo [57].

Pur tuttavia seconda una parte della dottrina non sembra possibile condividere l’affermazione della sussistenza di un <<diritto di ammalarsi, di lasciarsi morire>> [58]. La tutela del diritto alla vita appare risulterebbe, infatti, prevalente rispetto al diritto di rifiutare un determinato trattamento sanitario [59].

Alla luce del dettato costituzionale, invece, può senza dubbio ritenersi legittimo il c.d. divieto di accanimento terapeutico[60] che, nell’intento di prolungare la vita ad ogni costo, arriva al versante opposto della distanasia[61]. Appare ovvio, però, che qualsiasi pratica legata al legittimo rifiuto di accanimento terapeutico non può non passare attraverso una severa individuazione dei criteri di <<constatazione di morte>> [62] (la legislazione italiana identifica la morte “con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo” L. 28 dicembre 1993, n. 578).

Infatti, solo l’accertamento della morte cerebrale segna il limite dell’attività terapeutica: finché non giunge la morte cerebrale, che costituisce normativamente il momento in cui si verifica la perdita irreversibile della coscienza, permane, invece, intatto nella sua massima estensione il dovere di assistere il paziente.

6. Una prima conclusione alla luce del dettato costituzionale: l’indisponibilità del bene vita e la “natura” dello Stato costituzionale.

Secondo la Costituzione italiana il diritto alla vita costituisce la precondizione di ogni altro diritto [63] oggetto di autonoma e specifica tutela costituzionale [64]; esso è da ascriversi nei diritti inviolabili e, cioè, tra quei diritti che occupano nell’ordinamento una posizione privilegiata [65] .

Ne consegue che tali principi, non modificabili attraverso il procedimento di revisione costituzionale o da leggi costituzionali, si ancorano alla stessa natura dello stato costituzionale, il cui primo ed elementare dovere consiste nel tutelare la vita contro la morte.

In tale contesto le problematiche derivanti dall’eutanasia assumo un carattere paradigmatico in quanto vanno ad incidere su quel bene vita, la cui tutela, al di là di ogni visione etica, costituisce la ragione prima ed elementare del sorgere dello Stato.

Su questioni come l’eutanasia, che sono il portato della tecnica e dove il conflitto è in atto, diviene allora essenziale in primo luogo ripartire dalla Costituzione e dal principio personalistico [66]; infatti “la nostra Costituzione muove da una concezione personalistica, dal primato dell'uomo, come valore etico in sé, uomo-valore, uomo-persona, uomo-fine, con le sue componenti solidaristico-sociali di sviluppo, di rispetto e di dignità[67].

Se il diritto alla vita è la precondizione di ogni altro diritto, allora esso non può essere oggetto di decisione politica[68] in quanto <<lo stesso legislatore è sottoposto ad un sistema di principi supremi e valori costituzionali, al cui vertice non può che essere collocato il valore della vita umana, come ciò che legittima la stessa esistenza di un ordinamento costituzionale, teso alla promozione e allo sviluppo della dignità della persona umana>>[69].

Contrastano con tale impostazione quelle opzioni interpretative, di cui si segnalano alcuni primi interventi nella giurisprudenza di merito, che intendono la vita esclusivamente “come possibilità di relazione e di autorealizzazione, in riferimento alla personalità e alla soggettività dell'uomo” [70]. Da queste premesse deriva che ogni terapia ravvisa il suo limite invalicabile nella perdita irreversibile della coscienza che segna il momento in cui cessa definitivamente una “vita dignitosa”. Secondo tale opzione interpretativa, contro quella parte della dottrina che ritiene comunque prevalente il principio della sacralità della vita, si arriverebbe a radicare nella Carta costituzionale il rilievo qualitativo della esistenza umana [71].

Di talché la salvaguardia della vita e della salute, siccome imposta dall'art. 32 Cost., non può scindersi dalla tutela della dignità dell'uomo e dalla “libertà e indisponibilità della persona umana... (con la) conseguente necessità del consenso del soggetto” (art. 13 Cost.). D'altra parte, “scopo della medicina... non sarebbe soltanto quello di guarire o procrastinare il più possibile la morte, bensì di alleviare le sofferenze del malato e di aiutarlo nel morire, non già a morire”.

Sicché distinguendo le varie ipotesi evidenziate, che spesso vengono non correttamente accomunate tutte sotto la generica denominazione di eutanasia, ad avviso di chi scrive, può concludersi affermando che quella che comunemente sarebbe l’unica forma propria di eutanasia, cioè l’uccisione diretta e volontaria di un paziente terminale in condizioni di grave sofferenza e su richiesta (che costituisce tra l’altro l’oggetto del dibattito attuale dottrinario sulla legalizzazione della c.d. “buona morte” [72]) non può, alla luce del dettato costituzionale, considerasi legittima in quanto cancella la distinzione tra omissione ed azione positiva <<modificando la tutela di tutti i viventi e della loro dignità>> [73]; così come deve ritenersi illecita ogni forma di eutanasia eugenetica e di eutanasia su neonati malformati e quella operata in qualsiasi modo su di un paziente non consenziente.

Deve, invece, considerasi lecito e degno di rispetto da parte dei terapeuti il rifiuto del paziente di sottoporsi alla terapia, purché libero, attuale e consapevole [74]; lecito ogni intervento di carattere palliativo [75]; doverosa la sospensione da parte del medico di ogni accanimento terapeutico.

Appare evidente che, pur nelle prospettate conclusioni, il terreno risulta notevolmente insidioso per le conseguenti implicazioni che ne potrebbero derivare; ciononostante si ritiene che il rispetto della Costituzione appare il solo modo per recuperarla, anche nell’era post-moderna, al ruolo suo proprio (almeno dopo il secondo conflitto mondiale) di «vangelo laico» dei valori comuni e condivisi da tutte le parti, fondamento della pacifica convivenza sociale e politica. È forse il solo modo per evitare lo scenario da taluni tratteggiato come inevitabile, con una Costituzione ormai vuoto simulacro, privata di qualsiasi autorità, schiava del progresso, soltanto «favola nell’età della tecnica» [76].

 

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(*) La presente relazione è stata tenuta nel giugno del 2005 al Convegno internazionale su “Inizio e fine della persona umana” Università di Warmia-Olstyn – Polonia i cui atti sono in corso di stampa.

[1] LOIODICE A., La biogiuridica della vita nascente, (in corso di stampa), l’A. evidenzia come le tematiche della biogiuridica della vita nascente risentono di tutti i problemi della bioetica, che si trasferiscono sul piano giuridico, nel momento in cui si instaura un conflitto di interessi (potenziale o attuale). Il diritto, in altri termini, disciplina tutta la serie dei fenomeni riguardanti la vita nascente ed i soggetti che possono influire su di essa, tenendo conto dei conflitti di interesse che si determinano e della gerarchia tra gli interessi stessi nonché del loro coordinamento. Per un approfondimento dei temi si rinvia ai capitoli V (diritto alla vita) e VI (genetica, biotecnologie) del Volume a cura di Aldo Loiodice e Massimo Vari, Giovanni Paolo II - Le vie della giustizia – per i tipi di Bardi editore e della Libreria editrice vaticana, Roma 2003. In questi capitoli si possono leggere gli scritti di Antonio Baldassarre, I diritti inviolabili del concepito - pag. 343; Davide Cito, La vita umana in Giovanni Paolo II: dono e impegno – pag. 345; Cesare Dell’Acqua, Il valore della vita – pag. 347; Tommaso di Gioia, Il diritto alla vita come presupposto di ogni diritto fondamentale e come interesse primario superindividuale – pag. 349; Federico Fernandez De Bujan, El derecho a la vida, derivacion de la justicia – pag. 351; Ignazio Lagrotta, La tutela del diritto alla vita del concepito – pag. 353; Hector Eduardo Lazzaro, Defensa de cualquier vida – pag. 355; Wojciech Laczkowski, Reflections on the “Civilization of Life” in the Practice of the Polish Constitutional Court – pag. 356; Theo Mayer-Maly, Das Menschenbild des Rechts - 359; Gerard Memeteau, Evangelium vitae – pag. 360; Enrico Moscati, La tutela dell’embrione nel Magistero di Giovanni Paolo II – pag. 364; Giorgio Oppo, La coerenza come esigenza morale e giuridica – pag. 366; Antonio Tarantino, La procreazione fra i diritti dell’uomo e i diritti dell’umanità – pag. 368; Wolfang Waldstein, Naturrecht als grundlage einer menschlichen Gesellschaft – pag. 371; Gabriella Carella, La biomedicina e la tutela internazionale dei diritti umani – pag. 377; Jaen-Christophe Galloux, L’encadrement juridique de la recherche en biologie et l’enseignement du Saint Pere – pag. 379; Adriana Loreti Beghè, La clonazione nel diritto internazionale e comunitario – pag. 382; Luca Marini, Bioetica e diritto Comunitario – pag. 385; Giuseppe Santaniello, Il Magistero di S.S. Giovanni Paolo II concernente la genetica – pag. 389.

[2] CALABRO’ G.P., L’eutanasia nella prospettiva dello stato costituzionale tra principi e valori, in Medicina e Morale, 1999, 5, pagg. 885 – 902; l’A. evidenzia come il confronto tra le diverse posizioni non può avvenire entro il pluralismo etico religioso, in cui si rischia solo la cristallizzazione delle diverse posizioni, o, al più, il prevalere di una tesi in base alla forza della maggioranza numerica, ma all’interno di quei valori comuni, incardinati nelle norme costituzionali.

[3] JONAS H., Il diritto di morire, Torino, Il Melangolo, 1994;

[4] Per una ricostruzione dei principi costituzionali in materia di diritto alla vita v. LOIODICE A., Le incoerenze degli ordinamenti giuridici in tema di aborto: profili costituzionali, in TARANTINO A. (a cura di), Per una dichiarazione dei diritti del nascituro, Giuffrè, Milano, 1996, pp. 189-196; LOIODICE A., Il protagonista della vita (l’embrione) nell’incertezza delle discipline giuridiche: profili costituzionali, in A. TARANTINO (a cura di) Culture giuridiche e diritti del nascituro, Giuffrè Milano, 1997, pp. 117 – 130; LOIODICE A., La tutela dei soggetti coinvolti nella procreazione medicalmente assistita (ipotesi di riflessione), Intervento al Convegno Procreazione assistita: problemi e prospettive Roma, Accademia dei Lincei, 31 gennaio 2005; LOIODICE A., La sfera giuridica del nascituro concepito: aspetti giuspubblicistici, relazione al Seminario di studi su: L’inizio della persona umana, XX Anniversario della morte di Giorgio La Pira, Università “La Sapienza” Roma 13 – 15 marzo 1997; si v. anche TARANTINO A., Il rispetto della vita – Aborto Tutela del minore ed Eutanasia, ESI, Napoli, 1998.

[5] BARBERA A., COCOZZA F. e CORSO G., Le situazioni soggettive. Le libertà dei singoli e delle formazioni sociali. Il principio di eguaglianza, in AMATO G. e BARBERA A. (a cura di), Manuale di Diritto Pubblico, il Mulino, Bologna, 1994, pag. 245

[6] Va segnalato che il DDL n. 1110, intitolato “Modifica dell’art. 2 della Costituzione per la tutela del diritto alla vita” prevede l’introduzione di un secondo comma del seguente tenore: “Tra i diritti inviolabili, il diritto alla vita è inteso sin dal concepimento”.

[7] Al riguardo appare molto interessante la riflessione di BALDUZZI R., Relazione introduttiva  al Seminario PNAC sulla legge 40/2004, 5 febbraio 2005, in www.dialoghi.info/sez1091138456/sez1108571595/SeminarioBalduzzi.rtf, l’A. evidenzia che il collegamento tra libertà e responsabilità si pone oggi come denominatore comune del pensiero contemporaneo postmoderno e delle sue “traduzioni” costituzionali ed è venuto a sostituire il precedente dominante assioma della libertà “liberale”, assoluta e limitata soltanto per ragioni di convenienza o di conflitto con l’uguale libertà altrui. Da Rawls a Dworkin, sino ad Habermas (per non parlare di Jonas e, fra i giuristi, di Häberle e, da noi, di Zagrebelsky; tra gli economisti, soprattutto di Sen) il leit motiv va nel senso del ripensamento proprio del rapporto tra libertà e responsabilità.

Nell’ordinamento costituzionale italiano rilevano sia l’art. 2, nella parte in cui stabilisce l’inderogabile dovere di solidarietà sociale, sia quelle norme sui diritti di libertà che ne condizionano l’esercizio e lo svolgimento al rispetto del parametro della dignità umana (ad es., art. 41, comma 2, in tema di libertà di iniziativa economica). Sbilanciare il rapporto tra libertà e responsabilità porta a ridurre ulteriormente, anche se non a negare, quella tutela minima di tutte le posizioni costituzionalmente garantite.

[8] BALDASSARRE A., Diritti della persona e valori costituzionali, Giappichelli Editore - Torino, 1997;

[9] BARBERA A., Articolo 2 Costituzione Italiana, in BRANCA C. (a cura di), Principi fondamentali, Bologna, 1975,

pp. 50-199.

[10] Cfr. MODUGNO F., I “nuovi diritti” nella giurisprudenza costituzionale, pag. 16, per l’A. il diritto alla vita è sicuramente un diritto implicito nella nostra Costituzione. La Corte costituzionale, nei suoi dicta, ammette come “altri diritti fondamentali inviolabili”, oltre quelli enumerati, quelli “necessariamente conseguenti a quelli costituzionalmente previsti” (v. sent. n. 98/79).

[11] DALLA TORRE G., Bioetica e diritto, Giappichelli, Torino, 1996, p. 62.

[12] Art. 5 c.c. Gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica, o quando siano altrimenti contrari alla legge, all'ordine pubblico o al buon costume”;

[13] ALPA V. G., ANSALDO A., Le persone fisiche (artt. 1-10), sub art. 5, in Commentario al Codice Civile diretto da P. Schlesinger, Milano, 1996, pp. 247-248; ROMBOLI R., La «relatività» dei valori costituzionali per gli atti di disposizione del proprio corpo, in Politica del diritto, 1991, p. 568.

[14] BALDASSARRE A., Diritti inviolabili, in Enciclopedia giuridica, XI, Istit. Enc. Ital., Roma, 1989, p. 18 ss.; BARILE P., Diritti dell’uomo e libertà fondamentali, Il Mulino, Bologna, 1984, p. 54 ss.; MARTINES T., Diritto costituzionale, IX ed., Giuffrè, Milano, 1997, pp. 746-747; MODUGNO F., La tutela dei «nuovi diritti», in Nuovi diritti dell’età tecnologica (Atti del convegno tenutosi a Roma, 5-6 maggio), Giuffrè, Milano, 1991, p. 88 ss.; PACE A., Diritti «fondamentali» al di là della Costituzione?, in Politica del diritto, 1993, 1, p. 3 ss.; Id., Problematica delle libertà costituzionali. Lezioni (parte generale), Cedam, Padova, 1985, p. 3 ss. 

[15] AMATO G., Libertà: involucro del tornaconto o della responsabilità individuale?, in Politica del diritto, 1990, 1, p. 47 ss.; BARBERA A., Articolo 2, in Commentario della Costituzione, a cura di Branca G., Zanichelli – Soc. Editr. Il Foro Italiano, Bologna-Roma, 1975, p. 84 ss.; CUOCOLO F., Principi di diritto costituzionale, II ed., Giuffrè, Milano, 1999, pp. 347-348; Id., Istituzioni di diritto pubblico, Giuffrè, Milano, 1983, p. 581 ss.; GROSSI P. F., Introduzione ad uno studio sui diritti inviolabili nella Costituzione italiana, Cedam, Padova, 1972, p. 172; PIZZORUSSO A., Lezioni di diritto costituzionale, Edizioni de «Il Foro Italiano», 1978, p. 97; SPADARO A., Il problema del ‘fondamento’ dei diritti ‘fondamentali’, in Diritto e società, 1991, p. 458 ss.

[16] RUGGERI A., La tutela dei diritti fondamentali davanti alle Corti costituzionali, Giappichelli, Torino, 1994, p. 63.

[17] DALLA TORRE G., Bioetica e diritto cit., pp. 39-40; GEMMA G., Vita (diritto alla), in Digesto delle discipline pubblicistiche, Utet, Torino, 1999, vol. XV, pp. 681-682; GIOCOLI NACCI P., Diritto allo sviluppo e diritto alla vita, in Amministrazione e politica, 1991, (6), p. 15, che sostiene che proprio l’assenza di una norma specifica sul riconoscimento del diritto alla vita conferisca maggiore valore al diritto stesso, «dato quindi per presupposto del sistema ed essenziale alla sua funzionalità»; LUCIANI M., Il diritto costituzionale alla salute, in Diritto e società, 1980, 4, p. 779; MODUGNO F., I «nuovi diritti» nella giurisprudenza costituzionale, Giappichelli, Torino, 1995, p. 16 ss.

[18] GIOCOLI NACCI P., Diritto allo sviluppo cit., pp. 14-15: « (…) il valore che in Italia la Carta fondamentale attribuisce al bene vita emerge altresì dalle disposizioni di cui agli artt. 11 e 27. La prima di esse (…), ha voluto vietare l’uso delle forze armate nel rispetto della persona umana; la seconda, affermando che le sanzioni penali debbono tendere alla rieducazione del condannato, ha per ciò stesso escluso che possa irrogarsi per qualche reato la pena capitale (…). Schierandosi contro la guerra e la pena di morte, la Costituzione ha chiaramente inteso esaltare il valore della vita umana, pur in difetto di una espressa norma che ne enunciasse il principio. Deve anzi dirsi che proprio l’omessa enunciazione conferisce ancor più valore al principio stesso, dato quindi per presupposto del sistema ed essenziale alla sua funzionalità: non è stato ritenuto, cioè, neppure necessario proclamare in sede costituzionale il diritto alla vita, tanto esso è sembrato fuori discussione e immanente all’assetto dato allo Stato e ai valori della libertà».

[19] MANTOVANI F., I trapianti e la sperimentazione umana nel diritto italiano e straniero, Padova, 1974, p. 37 ss.

[20] MAGRO M. B., Etica laica e tutela della vita umana: riflessioni sul principio di laicità in diritto penale, in Rivista italiana di diritto e procedura penale, 1994, p. 1426.

[21] SCALISI A., Il valore della persona nel sistema e i nuovi diritti della personalità, Giuffrè, Milano, 1990, p. 115.

[22] FAGIOLO V., Eutanasia e Costituzione, in Vivere, un diritto o un dovere? Problematiche dell’eutanasia, a cura di Gianfelice G., Leonardi E., Paris G., Rieti 23/26 ottobre 1986, ed. B.I.G., p. 49 ss.;  NICOTRA GUERRERA I., «Vita» e sistema dei valori nella Costituzione, Giuffrè, Milano, 1997, p. 147.

[23] Questa è l’opinione di D’ALOIA A., Diritto di morire? La problematica dimensione costituzionale della «fine della vita», in Politica del diritto, 1998, 4, p. 610, il quale richiama due decisioni nell’ambito della giurisprudenza costituzionale (nn. 54/79 e 223/96, in Giurisprudenza costituzionale, 1979, p. 426 e 1996, p. 1918 ss.), riguardanti il divieto di estradizione per reati punibili con la pena di morte nell’ordinamento dello Stato richiedente; nella seconda sentenza la vita viene definita  «bene fondamentale, il primo dei diritti inviolabili dell’uomo riconosciuti dall’art. 2».

[24] In altre parole, il riconoscimento del diritto sarebbe condizione perché il comportamento di un altro soggetto sia scriminato; CHARLESWORTH M., L’etica della vita. I dilemmi della bioetica in una società liberale, trad. it., Roma, 1996, p. 25. 

[25] D’ALOIA A., Diritto di morire? (cit.), p. 616.

[26] COTTA S., Aborto e eutanasia: un confronto, in Rivista di filosofia, 1983 (56-57), p. 22; D’AGOSTINO F., Criteri di valutazione giuridica. Parere del comitato nazionale per la bioetica sulla proposta di risoluzione sull’assistenza ai malati terminali, in Società e istituzioni, 1991, 9, p. 55, prevede anche l’ipotesi speculare in cui sia riconosciuta al medico «la potestà di negare con la sua la volontà eutanasica del paziente». Permarrebbe anche in questo caso l’antirelazionalità del rapporto, dal momento che «sarebbe in definitiva al medico che verrebbe riconosciuta dal diritto una vera e propria potestà sulla vita del paziente»; D’ALOIA A., Diritto di morire? cit., p. 615; PORTIGLIATTI BARBOS M., Diritto a morire, in Digesto delle discipline penalistiche, Utet, Torino, 1990, vol. IV,  p. 5; ROMBOLI R., Articolo 5 (atti di disposizione del proprio corpo), in Commentario al codice civile Scialoja-Branca, a cura di Galgano F., Zanichelli – Soc. Edit. Il Foro Italiano, Bologna-Roma, 1988, p. 307; STELLA F., Il problema giuridico dell’eutanasia: l’interruzione e l’abbandono delle cure mediche, in Rivista italiana di medicina legale, 1984, p. 1012; VENTRELLA MANCINI C., L’eutanasia tra diritto alla vita e diritto alla libertà di autodeterminazione in Italia ed in Spagna, in Il diritto di famiglia e delle persone, 1996, II, p. 1597. Contra, NERI D., Eutanasia: valori, scelte morali, dignità delle persone, Laterza, Roma-Bari, 1995, pp. 149-152, che replica a questi argomenti, escludendo che il mandato eutanasico possa essere insindacabile. Infatti sarebbe in ogni caso garantito il diritto di obiezione all’operatore sanitario. Neppure il paziente, d’altra parte, potrebbe rimanere in balia di una volontà contraria del medico, perché si garantirebbe il suo diritto imponendo all’obiettore di inviare il paziente a colleghi disponibili a praticare l’eutanasia. La relazionalità verrebbe in questo modo ristabilita. 

[27] A proposito dell’istantaneità, in realtà, anche nel caso di rifiuto delle cure, può seguire con relativa immediatezza il decesso, non rimanendo spazi per ripensamenti e, quindi, per scelte future. D’altra parte Paesi che hanno legalizzato la possibilità di ottenere una prestazione terapeutica che consenta di porre fine alla propria vita di norma prevedono che tra la decisione e l’azione debba trascorrere un lasso di tempo che consenta ripensamenti (è il caso del Death of dignity act dell’Oregon che prevede debbano trascorrere 15 giorni in caso di richiesta orale e 18 ore in caso di richiesta scritta di aiuto a morire); TRIPODINA C., Eutanasia, diritto, Costituzione nell’età della tecnica, in Diritto Pubblico, 2001, 1, p. 149, nota 107.

[28] FLORES D’ARCAIS P., Il dono della vita e la decisione sulla morte, in Micro-Mega, 1997, 2, p. 38 ss.; MORI M., Eutanasia: un’analisi chiarificatrice e una proposta etica, in Quaderni delle società di lettura e conversazioni scientifiche, 1986, 7, pp. 29-30; ONGARO BASAGLIA F., Eutanasia. Libertà di scelta e limiti del consenso, in Democrazia e diritto, 1996, 1, p. 205 ss.

[29] ALGOSTINO A., I possibili confini del dovere alla salute, in Giurisprudenza costituzionale, 1996, p. 3218.

[30] BARILE P., Diritti dell’uomo cit., p. 59. Nel medesimo senso BALDASSARRE A., Diritti inviolabili cit., p. 19; CORRADINI D., Democrazia, suicidio, eutanasia, in Materiali per una storia della cultura giuridica, 1992, p. 177; MARRA R., Suicidio e diritto. Un’alternativa a costruzioni eziologiche e programmi terapeutici, in Materiali per una storia della cultura giuridica, 1990, p. 231; MORI M., Eutanasia un’analisi chiarificatrice e una proposta etica, in Quaderni delle società di lettura e conversazioni scientifiche, 1986, 7, pp. 29-30; STORTONI L., Riflessioni in tema di eutanasia, in L’indice penale, 2000, 2, p. 480-481: «È giuridicamente lecito che l’individuo si tolga la vita? (…).È mia opinione che l’esistenza del diritto in questione debba essere affermata quale diritto inviolabile dell’uomo riconosciuto e garantito dall’ordinamento giuridico ai sensi dell’art. 2 della Carta Costituzionale e non da esso concesso». Contra, PORTIGLIATTI BARBOS M., Diritto a morire cit., pp. 5-6, che ritiene che l’impunità del tentato suicidio sia da ricondurre solo a ragioni di opportunità politica, e nega che «il suicidio rappresenti propriamente l’esercizio di un diritto sulla propria persona e sia un fatto giuridicamente lecito (…). Il cosiddetto diritto alla propria vita non è disponibile e (…) lo Stato, proteggendo tale diritto indipendentemente dalla volontà del soggetto, lo assume come proprio»; NICOTRA GUERRERA I., «Vita» e sistema dei valori nella Costituzione, Giuffrè, Milano, 1997, p. 148.

[31] SEMINARA S., Riflessioni in tema di suicidio e di eutanasia, in Rivista italiana di diritto e procedura penale, 1995, pp. 670- 678.

[32] BARILE P., Diritti dell’uomo cit., p. 60: «Si può dire che il rispetto della persona umana debba giungere fino all’ammissione dell’eutanasia quando e in quanto essa sopprime una vita ormai priva di coscienza, naturalmente in casi disperati e dolorosi, quando da un lato vi sia un’opinione fermissima dei medici sulla non reversibilità dello stato di salute, e dall’altro vi sia una precisa richiesta della o delle persone più vicine sia giuridicamente che di fatto al malato».

[33] HÄBERLE P., La dignità umana come fondamento della comunità statale, in Cultura dei diritti e diritti della cultura nello spazio costituzionale europeo – Saggi – Giuffré, Milano, 2003, pag. 75 e 76, secondo l’A. “In conformità dell’art. 1 L.F. bisogna mettere in guardia da ogni tendenza ad una <<eutanasia attiva>>. Ogni primo passo che muova in questa direzione , per quanto insignificante, modifica la tutela dei diritti di tutti i viventi e della loro dignità, con conseguenza anche per la <<semplice>> eutanasia passiva.

[34] È la Corte Costituzionale, nella sentenza 26 luglio 1979, n. 88, in Giurisprudenza costituzionale, 1979, I, p. 656 ss., che per prima espressamente asserisce che «la salute è tutelata dall’art. 32 Cost. non solo come interesse della collettività, ma anche e soprattutto come diritto fondamentale dell’individuo, sicché si configura come un diritto primario e assoluto pienamente operante anche nei rapporti tra privati». E ancora per una chiarificazione del significato del diritto costituzionale alla salute con riferimento al caso in cui la sua dimensione individuale confligga con quella collettiva si veda, tra le altre, Corte Cost., 18 aprile 1996, n. 118, in Giurisprudenza costituzionale, 1996, p. 1006 ss.

[35] Nella giurisprudenza di legittimità Corte di Cassazione, 6 dicembre 1968 e, più recentemente, Corte di Cassazione, 15 gennaio 1997, n. 364, in Il Foro italiano, 1997, I, pp. 771-781, in cui si legge: «Dall’autolegittimazione dell’attività medica (…) non può trarsi, tuttavia, la convinzione che il medico possa, di norma e al di fuori di taluni casi eccezionali (allorché il paziente non sia in grado, per le sue condizioni, di prestare un qualsiasi consenso o dissenso, ovvero, più in generale, ove sussistano le condizioni di cui all’art. 54), intervenire senza il consenso o malgrado il dissenso del paziente. La necessità del consenso – immune da vizi e, ove comporti atti di disposizione del proprio corpo, non contrario all’ordine pubblico e al buon costume – si evince, in generale, dall’art. 13 Cost. (…) [e dall’] art. 32, co. 2, Cost.».

[36] È da notare che, nonostante la giurisprudenza di legittimità e di merito ritengano necessario il consenso del paziente perché sia considerato legittimo un trattamento medico praticato su di lui, di fatto non risultano casi giudiziari di incriminazione o di condanna nei confronti di un intervento terapeutico non consentito, che abbia però salvato la vita di un paziente. Contra l’orientamento giurisprudenziale dominante si veda l’isolata ordinanza della Pretura di Modica, 13 agosto 1989, in Il Foro italiano, 1991, I, pp. 271-294, che critica l’interpretazione più diffusa dell’art. 32 Cost., affermando che un più accorto esame della norma costituzionale porterebbe a concludere che essa «si limita a impedire che, per finalità aberranti, la ‘persona umana’ possa essere modificata e distrutta con trattamenti sanitari (ad esempio, per esperimenti siccome è avvenuto in passati regimi) obbligatori, ma è ben lungi dal prevedere anche testualmente, che essa possa essere distrutta con il rifiuto di trattamenti sanitari (non obbligatori, ma) indispensabili per il suo mantenimento in vita».

[37] ANTONINI A., Il diritto del malato a conoscere la propria malattia: profili penalistici, in La giustizia penale, 1985, I, p. 265; BARILE P., Diritti dell’uomo cit., p. 385 ss.; BARNI M., DELL’OSSO G., MARTINI P., Aspetti medico-legali e riflessi deontologici del diritto a morire, in Rivista italiana di medicina legale, 1981, p. 29 ss.; CARAVITA B., La disciplina costituzionale della salute, in Diritto e società, 1994, p. 55 ss.; CARLASSARE L., L’art. 32 Cost. e il suo significato, in L’amministrazione sanitaria (Atti del convegno celebrativo del centenario delle leggi amministrative di unificazione), a cura di Alessi R., Neri Pozza, Vicenza, 1967, p. 105 ss.; CHIEFFI L., Ricerca scientifica e tutela della persona. Bioetica e garanzie costituzionali, E.S.I., Napoli, 1993, p. 149; Id., Trattamenti immunitari e rispetto della persona, in Politica del diritto, 1994, p. 591 ss.; CRISAFULLI V., In tema di emotrasfusioni obbligatorie, in Diritto e società, 1982, p. 557 ss.; D’AGOSTINO F., Criteri cit., p. 54 ss.,; D’ALESSIO R., I limiti costituzionali dei trattamenti «sanitari» (a proposito dei Testimoni di Geova), in Diritto e società, 1981, p. 529 ss.; DALLA TORRE G., Bioetica e diritto cit., p. 75 ss.; D’ALOIA A., Diritto di morire? cit., p. 611; FALZEA A., Diritto alla vita, diritto alla morte, in I diritti dell’uomo nell’ambito della medicina legale, Giuffrè, Milano, 1982; GEMMA G., Vita cit., p. 686 ss.; GRASSO G.G., Riflessioni in tema di eutanasia, in Quaderni di giustizia, 1986, 60, pp. 70-71; LEGA C., Il «diritto di morire con dignità» e l’eutanasia, in La giurisprudenza italiana, 1987, IV, p. 474; LUCIANI M., Il diritto costituzionale alla salute, in Diritto e società, 1980, 4, pp. 769-779; Id., Salute. I) Diritto alla salute. Diritto costituzionale, in Enciclopedia giuridica, Istit. Enc. Ital., Roma, 1991, vol. XXVII, p. 9 ss.; MANTOVANI F., Aspetti giuridici dell’eutanasia, in Rivista Italiana di diritto e procedura penale, 1988, p. 448 ss.; MODUGNO F., Trattamenti sanitari «non obbligatori» e Costituzione, in Diritto e società, 1982, p. 303 ss.; MONTICELLI L., Eutanasia, diritto penale e principio di legalità, in L’indice penale, 1998, p. 477 ss.; MORTATI C., La tutela della salute nella Costituzione italiana, in Raccolta di scritti, Giuffrè, Milano, 1972, vol. III, p. 435 ss.; NERI D., Eutanasia cit., p. 102; SANTOSUOSSO A., Dalla salute pubblica all’autodeterminazione: il percorso del diritto alla salute, in Medicina e diritto cit., p. 92 ss.; SCALISI A., Il valore della persona, op. cit., p. 123 ss.; STELLA F., Il problema cit., p. 1018; VACCHIANO M., Eutanasia e diritto a non soffrire, in Quaderni di giustizia, 1983, 64, p. 39 ss.; VINCENZI AMATO D., Articolo 32, comma 2, in Commentario della Costituzione cit., p. 174 ss.; Id., Tutela della salute e libertà individuale, in Giurisprudenza costituzionale, 1982, p. 2462 ss.

[38] Sul carattere rinforzato della riserva di legge dell’art. 32, co. 2, Cost., cfr.  CHIEFFI L., Trattamenti immunitari e rispetto della persona, in Politica del diritto, 1997, p. 601; MODUGNO F., Trattamenti cit., p. 313; PRISCO S., Fedeltà alla Repubblica e obiezione di coscienza. Una riflessione sullo Stato laico, Jovene, Napoli, 1986, p. 189.

[39] BARILE P., Diritti dell’uomo cit., p. 385 ss., sottolinea come la norma costituzionale – parlando di obbligo ad un «determinato trattamento sanitario» - consenta alla legge soltanto di imporre singoli trattamenti sanitari, non anche un generale obbligo di cura. L’eccezionalità dell’imposizione di trattamenti sanitari trova ulteriore conferma dalla lettera dell’art. 32 Cost. [«nessuno può essere obbligato (…) se non per (…)»], che presuppone che la regola generale sia la disponibilità del diritto alla salute.

[40] VACCHIANO M., Intervento, in Vivere, un diritto o un dovere? op cit., p. 39, rileva che, in ogni caso, mai la scriminante dello stato di necessità si potrebbe sostituire al consenso dell’avente diritto, in quanto ciò sarebbe «in aperta disapplicazione del principio programmatico sancito dall’art. 32 Cost., il quale viceversa lo privilegia, subordinando ad espressa previsione legislativa la possibilità di sottoporre l’individuo a trattamento sanitario». Contra CARPEGGIANI G., Intervento, ivi, p. 136 ss.;  EUSEBI L., Tra indisponibilità della vita e miti di radicale disponibilità della medicina: il nodo dell’eutanasia, in Quando morire? Bioetica e diritto nel dibattito sull’eutanasia, a cura di Viafora C., Fondazione Lanza, Gregoriana Libreria Editrice, Padova, 1996, p. 243; PESANTE M., Corpo umano. (atti di disposizione), in Enciclopedia del diritto, Giuffrè, Milano, 1962, X, p. 659; SCALISI A., Il valore della persona, op. cit., p. 125, che ritengono che in presenza della necessità di salvare una vita, l’attività del medico sia perfettamente lecita, e anzi dovuta, a prescindere e finanche in contrasto con la volontà del paziente.

[41] RIZZO V., Atti di disposizione cit.,  p. 634; CRISCUOLI G., Sul diritto di rifiutare le cure, in Rivista di diritto civile, 1977, I, p. 98.

[42] ROMBOLI R., Articolo 5, op. cit., p. 301 ss.; Id., La libertà di disporre del proprio corpo: profili costituzionali, in Vivere, diritto o dovere?, a cura di Stortoni L., L’Editore saggistica, Trento, 1992, p. 15 ss.; BARILE P., Diritti dell’uomo cit., p. 338; BARNI M., DELL’OSSO G., MARTINI P., Aspetti medico-legali cit., p. 34; CRISAFULLI V., In tema cit., p. 561; D’ALESSIO R., I limiti costituzionali cit., pp. 535-536; DALLA TORRE G., Bioetica e diritto cit., pp. 78-79; RESCIGNO P., La fine della vita umana, in Rivista di diritto civile, 1982, p. 634 ss.; VINCENZI AMATO D., Tutela della salute cit., p. 2474. In senso opposto SANTILLI SUSINI M., Rifiuto di trattamento sanitario per motivi religiosi, in Responsabilità civile e previdenziale, 1977, p. 408-412, che afferma l’elevazione del valore della persona umana a principio di ordine pubblico, insuscettibile di disponibilità individuale.

[43] «la Costituzione non impone al singolo di mantenersi in buona salute, ma gli riconosce la facoltà di scegliere di curarsi o non curarsi»: Pretura di Recanati, passo cit. nel Ritenuto in fatto della sent. Corte Cost. n. 88/79, in Giurisprudenza Costituzionale, 1979, p. 656 ss.

[44] LUCIANI M., La tutela della salute, in Stato della Costituzione, a cura di Neppi Modena G., Il Saggiatore, Milano, 1998, pp. 155-156.

[45] Non manca, invero, un orientamento minoritario più rigoristico, che sostiene che solo le cure straordinarie e l’accanimento terapeutico – ovvero una «vita meramente artificiale» - possano essere rifiutati; non anche le cure c.d. ordinarie, qualora il loro rifiuto porti alla morte; SCALISI A., Il valore della persona, op. cit., p. 126 ss; RAMACCI F., Premesse alla revisione cit., pp. 303-304.

[46] Contra l’idea che il rifiuto alle cure possa giungere sino al lasciarsi morire, EUSEBI L., Sul mancato consenso al trattamento terapeutico: profili giuridico-penali, in Rivista italiana di medicina legale, 1996, p. 313; RIECI P., VENDITTO M.O., Eutanasia, diritto a morire e diritto di rifiutare le cure: equivoci semantici e prospettive di riforma legislativa, in La Giustizia Penale, 1993, I, pp. 280-283, per cui «se la Carta Costituzionale, all’art. 2, riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, tra i quali rientra anche l’insopprimibile ed irrinunciabile diritto alla vita, senz’altro preminente rispetto alla libertà personale di cui all’art. 13 Cost. ed, alla libertà di rifiutare le cure ex art. 32, II comma Cost., queste ultime devono necessariamente subire una contrazione di fronte all’eventuale pericolo di offesa del bene vita, pur se proveniente dal titolare dello stesso».

[47] BARNI M., DELL’OSSO G., MARTINI P., Aspetti medico-legali cit., p. 33; D’AGOSTINO F., Criteri cit., p. 54 ss.; LEGA C., Il «diritto di morire con dignità» cit., p. 474; MANTOVANI F., Aspetti giuridici cit., p. 459; MONTICELLI L., Eutanasia cit., p. 498. Contra CARPEGGIANI G., Intervento, op. cit., p. 136 ss.; EUSEBI L., Omissione dell’intervento terapeutico ed eutanasia, in Archivio penale, 1985, p. 523; PERLINGIERI P., Il diritto alla salute quale diritto della personalità in Rassegna di diritto civile, 1982, p. 1045; Id., La personalità umana nell’ordinamento giuridico, Jovene, Napoli, 1972, p. 201 ss.; RIECI P., VENDITTO M.O., Eutanasia cit., p. 287; ZAMBRANO V., Eutanasia, diritto alla vita e dignità del paziente, in Rassegna di diritto civile, 1990, p. 861 ss.

[48] Il quadro, infatti, cambia quando il soggetto che decide sul trattamento sanitario e l’interessato al medesimo non sono la stessa persona: è il caso del rifiuto di cure in sostituzione di adulti incapaci, o in qualità di esercenti la potestà genitoriale sui figli minori. Per quanto riguarda, in particolare, i minori, la potestà dei genitori di decidere sulla salute dei figli non si configura «come loro libertà personale, ma come diritto-dovere che trova nell’interesse del figlio la sua funzione e il suo limite»; ne consegue il potere-dovere del giudice - «allorquando i genitori, venendo meno ai loro obblighi, pregiudicano beni fondamentali del minore, quali la salute e l’istruzione – di intervenire affinché a tali obblighi si provveda in sostituzione di chi non adempie» (Corte Cost., 27 marzo 1992, n. 312, in Giurisprudenza costituzionale, 1992, pp. 1012-1013). Nella giurisprudenza di merito, si veda per tutte Corte Assise Cagliari, 10 marzo 1982, per cui «rispondono di concorso nel delitto di omicidio doloso i genitori che, per non violare un divieto del culto dei testimoni di Geova di cui sono seguaci, abbiano omesso di far sottoporre la loro bambina, affetta da ‘thalassemia omozigote’, a periodiche trasfusioni, accettando il rischio di non impedirne la morte, di fatto poi seguita per grave anemia». Sulla responsabilità familiare verticale (genitori verso figli) come avente carattere permanente e globale, si veda JONAS H., Il principio di responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica, trad. it., Torino, 1990, p. 120.

[49] CRISCUOLI G., Ragionevolezza e consenso informato del paziente, in Rassegna di diritto civile, 1985, p. 480; DEL CORSO S., Il consenso del paziente nell’attività medico-chirurgica, in Rivista italiana di diritto e procedura penale, 1987, p. 457; SANTOSUOSSO A., Il consenso informato, Milano, 1992. Il concetto e il valore di consenso informato può ritenersi implicitamente presupposto anche in Corte Cost., 22 ottobre 1990, n. 471, in Giurisprudenza costituzionale, 1990, p. 2818 ss.,là dove si dice che nel precetto di «libertà» di cui all’art. 13, co. 1, Cost. «è postulata la sfera di applicazione del potere della persona di disporre del proprio corpo (…), beninteso sempre nel rispetto di modalità compatibili con la dignità umana, come richiamato in Costituzione dall’art. 32 co. 2» (Per questa lettura della sentenza della Suprema corte, SANTOSUOSSO A., Il consenso informato: tra giustificazione per il medico e diritto del paziente, Raffaello Cortina, Milano, 1996, p. 16).

[50] V. Capitolo Primo, paragrafo 1.2.4., p. 14. Sulla complessa problematica dei testamenti di vita, sugli aspetti a favore e a contrario, cfr.: BARNI M., Sull’alterna «fortuna» della nozione di eutanasia, in Rivista italiana di medicina legale, 1985, VII, p. 424 ss.; BARNI M., DELL’OSSO G., MARTINI P., Aspetti medico-legali cit., p. 42; CATTORINI P., Malato terminale, una carta dell’autodeterminazione, in Rivista di teologia morale, 1992, 96, p. 517 ss.; DE MARSICO A., La lotta contro il dolore e la legge penale, in Archivio penale, 1971, I, p. 217 ss.; RESCIGNO P., Il testamento biologico, in La questione dei trapianti tra etica, diritto, economia (Atti del convegno tenutosi all’Università di Padova, 3-4 novembre 1995), Giuffrè, Milano, 1997, p. 63 ss.; SANTOSUOSSO A., A proposito di «living will» e di  «advances directives»: note per il dibattito, in Politica del diritto, 1990, p. 477 ss.; SPAGNOLO A. G., Carta dell’autodeterminazione: il punto di vista dell’etica cattolica, in Notizie di Politeia, 1991, 27, p. 7 ss.; Id., Il bene del paziente e i limiti del testamento di vita, in Orizzonte medico, 1996, 6, pp. 6-7; STARACE A., GAMBARDELLA B., Osservazioni sulla proposta di legge Fortuna e altri, in Vivere, un diritto o un dovere? op cit., p.103.

[51] Ricordiamo che nel nuovo codice deontologico, approvato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Medici Chirurgi e Odontoiatri il 3 ottobre 1998, i principi del rispetto del consenso informato e del diritto al rifiuto delle cure sono accettati senza riserve (artt. 30, 32, 34). È importante notare che, per l’Ordine dei Medici, il lasciar morire una persona in seguito al rifiuto delle cure (art. 32) o perché l’unica altra alternativa sarebbe l’accanimento terapeutico (vietato ex artt. 14, 15, 37) non concretizza eutanasia, vietata esplicitamente dall’art. 36.

[52] In questo senso ANTONINI A., Il diritto del malato cit., p. 263 ss.; BARNI M., DELL’OSSO G., MARTINI P., Aspetti medico-legali cit., p. 36; CRESPI A., La responsabilità penale del trattamento medico-chirurgico con esito infausto, Priullà, Palermo, 1975; GRISPIGNI F., Il consenso dell’offeso, Athenaeum, Roma, p. 445 ss.; RIZ R., Il consenso dell’avente diritto, Cedam, Padova, 1979, p. 320 ss. Contra EUSEBI L., Omissione dell’intervento cit., p. 527, che, anzi, prospetta la possibilità dell’integrazione del reato di aiuto omissivo al suicidio per il sanitario che rispetti la volontà del paziente; FIORI A., IADECOLA G., Stato di necessità medica, consenso del paziente e dei familiari, cosiddetto “diritto di morire”, criteri per l’accertamento del nesso di causalità (nota a sent. Trib. Messina 11 luglio 1995 m.c. e altro), in Rivista italiana di medicina legale, 1996, p. 315.   

[53] SGRECCIA E., Manuale di bioetica (Volume I) – Fondamenti ed etica biomedica, Vita e Pensiero, 2000, pag. 755.

[54] PRISCO S., Fedeltà alla repubblica, op. cit., p. 190.

[55] MORTATI C., La tutela della salute, op. cit., p. 437, pur ritenendo «in via astratta» esistente un dovere alla salute, accanto al corrispondente diritto, ritiene che tale dovere in concreto sia insuscettibile di imposizione coattiva, e che pertanto «rimanga inibita ogni imposizione». Contra, giungendo a sostenere la possibilità di intervenire coattivamente a tutela della salute del singolo anche in assenza di pericolo per la salute dei consociati, D’ADDINO SERRAVALLE P., Atti di disposizione del corpo e tutela della persona umana, E.S.I., Napoli, 1983, p. 134 ss.; MONTANARO C., Considerazioni in tema di trattamenti sanitari obbligatori (a proposito delle ordinanze sindacali impositive di trattamenti sanitari «non obbligatori»), in Giurisprudenza costituzionale, 1983, p. 1173.

[56] LOMBARDI G., Contributo allo studio dei doveri costituzionali, Giuffrè, Milano, 1967, p. 39 ss.

[57] Tale orientamento dottrinario è poi ampiamente suffragato dalla giurisprudenza costituzionale. Ex multis  si veda Corte Cost., 18 aprile 1996, n. 18, cit., per cui, in caso di contrasto tra il principio di autodeterminazione sulla propria persona e il principio di solidarietà sociale, prevale il secondo solo nel caso in cui sia in gioco anche la salute collettiva, mentre negli altri casi prevale il principio di libertà.

[58] MANTOVANI F., I trapianti e la sperimentazione umana nel diritto italiano e straniero, Padova, 1974, 211.

[59] GIARDINA F., Vita (dir. civ.), in Enc. Giur. Treccani, vol. XXXII, 1994.

[60] Sul punto sono interessanti le conclusioni raggiunte dal Comitato Nazionale di Bioetica, Questioni bioetiche relative alla fine della vita umana, 14 luglio 1995, Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’informazione e l’editoria, pagg. 8 e ss.: L’assoluta diversità di ordine che intercorre tra evento morboso e morte rende ragione del perché l’accanimento, volendo prolungare indebitamente il processo irreversibile del morire, sia riprovevole. Il CNB auspica che si diffonda sempre più nella coscienza civile, e in particolare in quella dei medici, la consapevolezza che l’astensione dall’accanimento terapeutico assume un carattere doveroso.

[61] SGRECCIA E., Manuale di bioetica (Volume I) – Fondamenti ed etica biomedica, Vita e Pensiero, 2000, pag. 739.

[62] Sul punto sono interessanti le conclusioni raggiunte dal Comitato Nazionale di Bioetica, Definizione e acceramento della morte dell’uomo, 15 febbraio 1991, Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’informazione e l’editoria, pagg. 13 e ss.: la morte avviene quando l’organismo cessa di <<essere un tutto>>, mentre il processo del morire termina quando <<tutto l’organismo>> è giunto alla completa necrosi. (…) oggi sappiamo che esiste un centro coordinatore ed unificante nell’organismo umano: il cervello. La sua totale necrosi segna il passaggio <<dall’essere uomo vivente>> alla morte.

[63] MODUGNO F., I «nuovi diritti» nella giurisprudenza costituzionale, Giappichelli, Torino, 1995, “indipendentemente dagli espliciti richiami ad essa contenuti nelle Costituzioni positive”.

[64] Corte costituzionale, sentenza n. 132/1985.

[65] Corte costituzionale, sentenza n. 1146/1988 afferma che il diritto alla vita appartiene “all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione italiana”.

[66] OCCHIOCUPO N., Liberazione e promozione della persona umana – Unità di valori nella pluralità di posizioni, Giuffrè Milano, 1995.

[67] Per un excursus su personalismo, utilitarismo e indisponibilità della vita, Mantovani F., in Digesto delle discipline penalistiche, IV, UTET, 1990, p. 424 ss.

[68] Sui ruoli rispettivamente della Costituzione e del legislatore ordinario nella disciplina delle questioni di bioetica, si vedano CHIEFFI L., D’AGOSTINO F., LUCIANI M., MANTOVANI F., RODOTÀ S., ROMBOLI R., in Il Forum: Bioetica e Costituzione, in Rivista di diritto costituzionale, 1996, pp. 297-307;  Sull’insindacabilità della libera scelta del legislatore ove i valori costituzionali non siano interpretabili in modo univoco v. ROMBOLI R., La «relatività» di valori costituzionali per gli atti di disposizione del proprio corpo, in Politica del diritto, p. 579 ss.: «in presenza di valori costituzionali invocabili in un senso o nell’altro, la Corte costituzionale tende a ritirarsi ed a lasciare che a scegliere sia il Parlamento, (…) rifugiandosi nella insindacabile discrezionalità del Parlamento, di fronte a precise scelte attraverso le quali quest’ultimo ha deciso a quale tra i diversi interessi in gioco, costituzionalmente tutelati, dare la prevalenza»..

[69] CALABRO’ G.P., L’eutanasia nella prospettiva dello stato costituzionale tra principi e valori, in Medicina e Morale, 1999, 5, pagg. 885 – 902.

[70] Corte d’Appello di Milano, decreto 31 dicembre 1999.

[71] La qualità della vita rileverebbe addirittura nel nostro ordinamento sia in forza del dettato costituzionale, sia in forza dell’art. 8 della Convenzione europea: “1. Ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza. 2. Non può esservi ingerenza di un'autorità pubblica nell'esercizio di tale diritto, a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria... per la protezione della salute... o... dei diritti... altrui (corsivo aggiunto).

[72] In Italia, infatti, tutti i progetti di legge attualmente pendenti in materia: a) Atto Camera n. 1242, intitolato “Disposizioni in materia di interruzione volontaria della sopravvivenza”; b) Atto Camera n. 2974, intitolato “Disposizioni in materia di legalizzazione dell’eutanasia”; c) Atto Camera n. 3132, intitolato “Norme in materia di eutanasia”; d) Atto Senato n. 2758, intitolato “Norme per la depenalizzazione dell’eutanasia”; hanno in comune la volontà di introdurre l’uccisione diretta e volontaria di un paziente terminale in condizioni di grave sofferenza e su richiesta.

Va segnalata, inoltre, la presenza di un progetto di legge, Atto Camera n. 3495, intitolato “Disposizioni concernenti il divieto di eutanasia” teso ad introdurre (o confermare) nel nostro ordinamento un divieto di eutanasia sia attiva che passiva ma al tempo stesso a favorire l’affermazione del divieto di accanimento terapeutico e l’introduzione più ampia delle cure palliative.

[73] HÄBERLE P., La dignità.. (op. cit.), pag. 76.

[74] Si vedano le osservazioni del Comitato Nazionale di Bioetica, Informazione e consenso all’atto medico, 20 giugno 1992, Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’informazione e l’editoria.

[75] Comitato Nazionale di Bioetica, Questioni bioetiche relative alla fine della vita umana, 14 luglio 1995, Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’informazione e l’editoria, pag. 9, “Queste (le cure palliative) trovano la loro sostanza non nella pretesa illusoria di poter strappare un paziente alla morte, ma nella ferma intenzione di non lasciarlo solo, di aiutarlo quindi a vivere questa sua ultima esperienza nel modo più umano possibile, sia da un punto di vista fisico che da un punto di vista spirituale”.

[76] VOLPE G., Il costituzionalismo del Novecento, Laterza, Roma-Bari, 2000, p. 258.


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